IL CUCCIOLO DEL LEONE FERITO

Venerdì scorso, come spesso mi capita, ho avuto la fortuna di moderare un dibattito e di incontrare moltissimi di voi, lettori del Giornale. L’organizzatore era un attivissimo consigliere comunale azzurro, Guido Grillo; una delle festeggiate era Renata Oliveri, combattiva candidata della Casa delle libertà alla presidenza della Provincia di Genova.
Ma lo spettacolo, stavolta, stava nell’ospite d’onore, che non era genovese e c’entrava anche pochino con la nostra città. In ogni senso, anche e soprattutto in quelli che prescindono dalla carta d’identità. Perchè l’ospite era Stefania Craxi, figlia di Bettino, deputata azzurra, animatrice di «Giovine Italia» e mille altre cose.
Stefania, con la sua vocina sottile, con il fascino aumentato esponenzialmente dal coraggio, con il suo parlare quasi sussurrato, «urla» le sue ragioni con una passione, un calore e una forza che dalle nostre parti sono quasi dimenticate. Stefania chiama le cose con il suo nome, Stefania mette il cuore in quello che fa. E si sente, e si vede.
Stefania, soprattutto, fa opposizione. Che, a queste latitudini, non è roba da tutti. Stefania dice «comunisti» per intendere «comunisti». Non solo quelli che lo rivendicano orgogliosamente. Ma anche quelli che oggi fanno in qualche modo finta di non esserlo mai stati, come Marta Vincenzi, che pure stimiamo - e non poco - per un certo suo coraggio e anche per alcune sue idee odierne. Ma che comunista lo era. Si può cambiare idea, certo. Si può capire di aver creduto per gran parte della propria vita in un dio che ha fallito. Ma, a quel punto, occorrerebbe evitare di proporsi come gran sacerdoti della religione opposta a quella professata fino al giorno prima.
Insomma, Stefania chiama «comunisti» i «comunisti». E, ad esempio, dice senza paure o falsi pudori che Craxi (lo chiama sempre così, mai «papà» o «Bettino») raccoglieva soldi del finanziamento illecito ai partiti per foraggiare movimenti di liberazione nazionali e dissidenti dei Paesi dell’Est, mentre altri, quelli della «questione morale», prendevano soldi dai tiranni di quegli stessi Paesi dell’Est.
Ecco, io questa roba, a Genova, raramente l’ho sentita dire. Così come raramente ho trovato nei politici di centrodestra - spesso impegnati a farsi dettare tempi e temi dagli avversari - tanta passione, tanta combattività, tanta voglia di vincere, tanta chiarezza nel dire che questa città è stata governata male, tanta forza nelle proprie idee riformiste, a difesa dei veri deboli. Anzi, proporrei che la registrazione dell’intervento e della commozione di Stefania venisse imposta come materia di studio a tutti i candidati a Comune e Provincia.
Cento Stefanie e il centrodestra vince.