La cucina puzza: palazzo in rivolta

Si potrà anche non gradire la minestra Yayla, una zuppa a base di yogurt, riso e menta. O evitare di sorseggiare il fortissimo raki, quaranta gradi di alcol e anice. Ma dire che la cucina turca puzza, può sembrare davvero troppo.
Invece una pensionata genovese ha vinto la sua battaglia, addirittura in un’aula di tribunale, sostenendo proprio che è addirittura impossibile vivere sopra un ristorante di specialità turche.
Il giudice le ha dato ragione, pur senza addentrarsi in contese culinarie e giudizi di merito sulla raffinatezza di un piatto piuttosto che sull’uso eccessivo di qualche spezia. Il problema, l’oggetto del contendere in tribunale era proprio la puzza che usciva dalla cucina di un locale specializzato in confezionamento e vendita di alimenti turchi.
A Genova però gli inquilini del palazzo soprastante non hanno gradito. In particolare la battagliera pensionata che, al grido di «Il pesto non si tocca», ha visto riconosciute le sue ragioni. I suoi avvocati sono riusciti a dimostrare che l’olezzo andava ben oltre il limite del tollerabile.
Il fatto è che la cucina non aveva aspiratori, estrattori o altri sistemi per catturare i fumi e quindi neppure gli inevitabili odori prodotti durante la cottura. Il giudice ha stabilito che il titolare dovesse adeguarsi alle normative. Nella sentenza probabilmente non c’è scritto, ma visto che la legge è uguale per tutti, il magistrato ha spiegato che la sua decisione non sarebbe cambiata se anziché uno speziatissimo arrosto turco, ci fosse stato un «delicato» pesce alla ligure.