Cuffaro alla Procura: "Non aiutai i boss si leggano la sentenza"

Critiche dal procuratore
Grasso: "È dimostrato che
il governatore favorì singoli
referenti delle cosche".
La replica: &quot;Verrò assolto&quot;<br />

da Palermo

Bacia, abbraccia, ringrazia i suoi sostenitori, offre ai giornalisti i cannoli che gli hanno donato. Ma tira fuori le unghie e replica a muso duro a chi vuole sminuire l’unico aspetto positivo della condanna a cinque anni per favoreggiamento semplice e rivelazione di segreto che gli è stata comminata: la caduta dell'aggravante di avere favorito Cosa nostra: «Io - dice Totò Cuffaro nel suo studio alla presidenza della Regione - ho rispettato la magistratura essendo un imputato modello, ora mi aspetto che i pm facciano lo stesso nei miei confronti. Ci sono tre gradi di giudizio, sono riuscito a dimostrare l’infondatezza del reato più infamante, quello di avere favorito la mafia e anche i singoli mafiosi. E sono convinto che sarò assolto anche dalle altre accuse».
È in quell’«anche i singoli mafiosi» che sta il cuore delle polemiche che ieri hanno caratterizzato il day after della sentenza. Già, perché per la Procura - che ha già annunciato ricorso in appello per la reintroduzione dell’aggravante - il sostegno a singoli in qualche modo legati alla mafia o a disposizione dell’organizzazione c’è comunque, anche nella sentenza appena emessa. A innescare la polemica a distanza il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso: «Non è stato riconosciuto - spiega - che Cuffaro ha condiviso i fini di Cosa nostra, ma è stato riconosciuto il comportamento dei singoli come referenti di Cosa nostra: questa è la differenza sostanziale dal punto di vista tecnico-giuridico rispetto all’aggravante dell’articolo 7 (quella esclusa in sentenza, ndr)». E il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo: «Ciò che importa è che nel capo d’imputazione sia contestato il fatto oggettivo di avere aiutato qualcuno a sua volta imputato per mafia ad eludere le investigazioni. Se poi non c’è una specifica indicazione all’articolo 378 questo non ha importanza».
Una tesi contestata dal presidente Cuffaro: «Probabilmente il procuratore Grasso non ha letto la sentenza per intero. È stata studiata dai miei avvocati e sostiene che non solo non è stato favorito l’intero sistema mafioso ma neanche il singolo mafioso». Cuffaro aggiunge: «Mettiamo per assurdo che sia vero - non lo è e lo dimostrerò - che io abbia rivelato notizie coperte da segreto a Mimmo Miceli e Michele Aiello: nell’aprile del 2001 Miceli era un politico e un medico non indagato per mafia, Michele Aiello, un imprenditore della sanità al di sopra di ogni sospetto».
La mafia c’è, la mafia non c’è, la polemica continua. Domani, lo ha annunciato il procuratore Messineo, la sentenza sarà tema di confronto tra i pm della Dda. E per concorso esterno in associazione mafiosa, pende su Cuffaro l’inchiesta bis, affidata ai procuratori aggiunti Giuseppe Pignatone e Alfredo Morvillo. E la polemica è pure sul piano politico. Ieri a Palermo ci sono state diverse manifestazioni contro il governatore che non si dimette. E una dichiarazione un po’ al vetriolo è arrivata pure dal presidente dell'Ars, Gianfranco Micciché (Fi): «Non si festeggia una condanna a cinque anni. Non chiediamo le dimissioni di Cuffaro, ma ora gli chiediamo di governare». Cuffaro replica: «Non ho mai pensato di festeggiare e non l’ho fatto, non lo hanno fatto le persone che mi vogliono bene e gli amici. Mi dispiace che si tenti di strumentalizzare. Per quanto riguarda altre dichiarazioni poco felici, e sono tante anche da parte di esponenti della mia coalizione, preferisco attenermi ad un decoroso silenzio».