Cuffaro si dimette la Sicilia torna al voto

Ma che volete? - domanda il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga -. Vengo a sapere che hanno messo sotto controllo il telefono di un amico e non glielo dico? Non gli raccomando di stare attento a quello che dice, a cominciare da quando gli telefona la moglie? In Sicilia poi, se hai saputo che mi controllano il telefono e non me lo dici, allora sì che sei un criminale, un «infame». Se poi sei Totò Cuffaro, sei nato a Raffadali, figlio di due maestri di scuola, la mamma e il papà, sei stato a scuola dai salesiani e al liceo classico «Don Bosco», e durante le ricreazioni hai giocato e hai mangiato pizzette e pasta cresciuta con i compagni, che sono cresciuti con te e già all'università a Palermo ti hanno votato e ti hanno eletto negli organismi rappresentativi studenteschi, e poi ti hanno dato 20mila preferenze per mandarti subito a Palazzo delle Aquile, e 80mila già la prima volta per eleggerti a Palazzo dei Normanni, e hanno superato il milione e seicentomila voti per farti Governatore della Sicilia, l'isola che tu hai affidato alla Madonna, e più di un milione e seicentomila uomini e di donne, di vecchi e di giovani, che hai baciato uno per uno durante la campagna elettorale, ma anche dopo, ogni giorno, tutti i giorni, e quando sei finito sotto processo, tanti di loro sono venuti con te, per 50 chilometri di pellegrinaggio, fino a Santiago di Compostela, e tu che fai? Vieni a sapere che gli hanno messo il telefono sotto controllo, ai tuoi compagni di banco, ai tuoi elettori di sempre, ai tuoi amici pellegrini, e non glielo dici?
Ammesso che sia vero, ammesso che veramente Totò Cuffaro ha informato un amico che gli controllavano il telefono, perché questa è l'accusa per cui è stato condannato, questa è mafia? Nemmeno per il giudice che l'ha condannato per favoreggiamento questa è mafia. Del resto, lo facevano persino i due marescialli della Procura di Palermo, Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, quello che sedeva nella stessa stanza del pm Antonio Ingroia e quello che collaborava con il sostituto Guido Lo Forte, quelli stessi che per conto della Procura mettevano le cimici nelle case degli indagati, e poi li avvertivano. Le «talpe» erano gli stessi gatti mammoni della Procura antimafia, quelli che davano la caccia ai topi della mafia. Come facevo a pensare a male - ha detto uno dei due marescialli, quello che spiava e insieme informava Michele Aiello, il Re Mida delle cliniche, se Aiello faceva i bagni di mare assieme al Pm, se d'estate stavamo tutti e tre sotto l'ombrellone, io Aiello e il Pm?
Tutti sapevano. E come potevano non sapere? Nelle carte del processo a Totò Cuffaro ci sono le registrazioni di 2 milioni e 800mila telefonate; per vent'anni, da quando avevano arrestato e processato il suo leader Lillo Mannino, sono stati messi sotto controllo tutti i telefoni di Totò Cuffaro, quelli di casa, quelli dell'ufficio, quelli dei bar dove andava a bere e dei ristoranti dove mangiava, quelli dei negozi dove comprava le mutande, e quelli di tutti i suoi familiari e di tutti i suoi collaboratori, e quelli di tutti i suoi amici: in Sicilia, per i professionisti della Antimafia, sono tutti presuntivamente «amici degli amici«, e tutti sono intercettati, specialmente se fanno politica, se sono amici dei politici. E tutti sanno di essere intercettati. Se non vengono informati direttamente dalle talpe della Procura, c'è sempre un amico che li mette in guardia: stai attento, sono intercettato io, ti intercettano quando ti telefono e quando mi telefoni, poi continuano ad intercettarti solo perché mi hai telefonato. È la catena di Sant'Antonio.
Vent'anni di intercettazioni e 2 milioni e 800mila telefonate registrate non sono bastati a far condannare Totò Cuffaro per mafia, il giudice non ha trovato tracce di mafia in milioni, decine di milioni di parole registrate su nastro. E nonostante la condanna a cinque anni di galera per favoreggiamento, per aver avvertito un amico di stare attento al telefono, Totò Cuffaro si è sentito liberato dall'incubo: se per vent'anni ho baciato tanta gente e ho parlato con loro al telefono senza mafiare, un miracolo della Madonna, a cui ho dedicato la mia Sicilia, nessun altro ci sarebbe riuscito, posso dirmi contento. Ma la mafia era in agguato: sfuggita alle tecniche più sofisticate delle intercettazioni, la mafia si è agguattata nella ricotta dei cannoli. Per festeggiare l'assoluzione per mafia un pasticciere gli ha regalato due dozzine di cannoli. Non è stato nemmeno necessario che Totò li mangiasse, e che ne morisse avvelenato, come pure il cinema aveva immaginato in una faida tra padrini. È bastato che Totò li mostrasse e che lo fotografassero con la guantiera dei cannoli nelle mani. Ciò che non è riuscito per vent'anni ai professionisti dell'Antimafia, farlo dimettere e liquidarlo politicamente, è riuscito alla mafia degli sciacalli.
È una rivelazione anche per i segugi dell'antimafia: queste intercettazioni per cui si spendono miliardi di euro sono inutili, spedite cannoli agli inquisiti.
Lino Jannuzzi