Cult, radical, underground Negli States si legge così

New York
Nata nel 1902 come convention dell’Associazione librai americani, la Book Expo America, che si è appena chiusa a New York, è diventata negli ultimi anni una fiera internazionale del libro a tutti gli effetti. La presenza di editori europei è cresciuta fino a farne una sorta di “sorella minore” della Buchmesse di Francoforte, cioè una vetrina per nuovi titoli e nuovi autori e un’occasione di incontro e scambio di idee fra agenti letterari, editori e librai.
Numerosissimi gli autori americani ed europei presenti: romanzieri di spicco dell’ultima generazione come Michael Cunningham e Nick Hornby, veri e propri classici contemporanei come Umberto Eco, Paul Auster e Joyce Carol Oates, scrittori alternativi di culto come Neil Gaiman e Shelley Jackson, passando per la poesia di Lawrence Ferlinghetti e di Patti Smith per finire con cineasti come Spike Lee, di cui è appena uscita l’autobiografia That's My Life and I’m Sticking to it, e John Turturro, che presenta il libro tratto dal suo ultimo film, Romance and Cigarettes. E a proposito di italoamericani, è da segnalare la cospicua presenza alla fiera di editor e editori del nostro Paese: la casa editrice e/o si appresta a lanciare, il prossimo autunno, una filiale newyorkese, Europa Editions, che pubblicherà in inglese titoli del suo catalogo italiano (Elena Ferrante, Massimo Carlotto) ma anche volumi originali di letteratura angloamericana; Contrasto, la casa editrice specializzata in libri fotografici, ha cominciato a farsi distribuire negli Stati Uniti; e anche minimum fax, che basa gran parte del proprio catalogo sulla narrativa contemporanea americana, sembra fare progetti per l’apertura di una sede oltreoceano.
Nel frattempo, allo Javits Center, il nuovo centro congressi sulla riva dell’Hudson, la Bea presenta una serie di affollatissimi incontri e convegni: il pubblico fa la fila per ascoltare cinque giovani e quotatissimi editor delle principali case editrici americane fare il punto della situazione sulle strategie di ricerca dei nuovi talenti letterari e sulle tecniche promozionali con cui renderli visibili a un pubblico sempre più distratto. Nella sala accanto, le telecamere e i microfoni si affollano attorno a Candace Bushnell e Kim Cattrall, rispettivamente autrice e interprete della celebre serie televisiva Sex and the City e ora prestate al mondo dell’editoria femminile (e postfemminista) con scatenati romanzi rosa e improbabili guide alla sessualità di coppia. Una platea molto più maschile accoglie invece con un’ovazione un quintetto di disegnatori di primissimo piano, fra cui Frank Miller, il cui Sin City è stato da poco trasformato da Robert Rodriguez in un film visionario, e Adrian Tomine, il Raymond Carver della graphic novel (il suo Summer Blonde è uscito in Italia nel 2002 per Coconino Press).
Fenomeno di costume, oggetto culturale di nicchia, prodotto da commercializzare: alla Bea il libro è tutto questo e altro ancora. Girando fra gli stand, abbiamo raccolto idee e sensazioni sullo scenario editoriale americano dai professionisti del settore.
L’editore
Con più di 150 titoli all’attivo in sette anni di vita, la brooklynese Soft Skull Press è una delle case editrici indipendenti più agguerrite della nuova scena letteraria americana, capace di attirare rapidamente attorno a sé uno zoccolo duro di fan. Il suo catalogo, fortemente caratterizzato sul versante più underground e radical, spazia dalla poesia rock (Michael Stipe dei Rem, Lee Ranaldo dei Sonic Youth) ai pamphlet surrealisti (il geniale Sì, anche tu sei un rivoluzionario del poeta Sparrow, pubblicato da Fazi nel 2004), dai testi di critica sociale alle graphic novels, con un’attenzione particolare alle voci della cultura alternativa, gay, giovanile (l’antologia di saggi di Dennis Cooper Tutt’orecchi, uscita recentemente per Playground; una raccolta di scritti sullo skateboarding che verrà ripresa prossimamente dalla Isbn edizioni di Massimo Coppola). E d’altra parte non mancano azzeccate incursioni nel mercato più ampio, se è vero che Soft Skull è l’editore americano del fortunatissimo Gli Schwartz di Matthew Sharpe (Einaudi, 2005), romanzo paragonato dalla critica alle Correzioni di Jonathan Franzen e premiato da un ottimo successo di pubblico.
L’uomo che ha fatto di Soft Skull una spina nel fianco dei grandi gruppi editoriali statunitensi si chiama Richard Eoin Nash, 35 anni, origini irlandesi, parlantina irrefrenabile. Sottraendosi per un attimo alle frenetiche public relations che sta intrattenendo al suo stand (dov’è impegnato a promuovere A Good War Is Hard to Find, provocatoria raccolta di saggi sulle famigerate fotografie di Abu Ghraib) ci fornisce un quadro di prima mano della situazione editoriale degli Stati Uniti. «I conglomerati dell’editoria, della stampa e del commercio librario creano un sistema in cui le grandi aziende fanno affari le une con le altre, realizzando economie di scala che ai piccoli editori sono impossibili: i grandi gruppi editoriali risparmiano sulle spese tipografiche delle loro altissime tirature e possono permettersi enormi sconti alle megacatene di librerie, garantendosi la massima visibilità sugli scaffali; e ovviamente hanno accesso privilegiato ai media. Gli editori e le librerie indipendenti sono confinati in spazi ristretti». Una situazione disperata? No: «Questa forma di conglomerazione finisce per annoiare i consumatori, che stanchi di leggere le stesse recensioni su tutti i giornali o di vedere gli stessi libri in tutte le vetrine, cominciano a privilegiare i prodotti più insoliti, creando preziose opportunità per le piccole case editrici che sanno andare a pescare autori e testi sfuggiti alle maglie larghe dell’editoria più mainstream, e curarne a fondo la promozione con l’aiuto dei critici e dei media meno convenzionali. Non è un caso che i nostri due autori di maggior successo negli ultimi tempi, Matthew Sharpe e Lydia Millet, provengano da grandi case editrici che non avevano saputo valorizzare le loro opere precedenti: passando a un editore più piccolo sono riusciti a conquistare l’attenzione che meritavano». Nash manifesta lo stesso tipo di belligerante ottimismo rispetto al quadro generale della letteratura contemporanea negli Stati Uniti. «Nonostante la tendenza alla volgarità e al commerciale, la cultura americana continua a essere estremamente fertile. In campo letterario non saprei indicare particolari trend, ma prevedo una produzione sempre più abbondante, come sta avvenendo nell’ambito della tv e della musica, con centinaia di canali digitali e migliaia di nuove band che distribuiscono i propri brani online. Nei prossimi anni il mercato dei libri continuerà a fiorire, creando novità e diversificazioni: la lettura richiede un impegno intellettuale molto più forte rispetto alla visione di un film, e per questo credo che lo stesso libro non possa soddisfare dieci o cento milioni di lettori come può fare al cinema Il Signore degli Anelli. Mi aspetto di vedere più autori-rivelazione come Matthew Sharpe o Alice Sebold (il suo Amabili resti, uscito in Italia per e/o, è stato uno dei casi letterari del 2003, ndr), e una lenta erosione di “giganti” come Updike, Roth o Grisham. Secondo i sondaggi, negli Stati Uniti più di un terzo dei lettori comprano un libro grazie al passaparola di un conoscente, e solo il 12% si lasciano guidare dalla pubblicità: sono convinto che all’interno di una cultura sempre più preconfezionata sarà l’entusiasmo per tutto ciò che riesce a emozionare e coinvolgere in maniera autentica a garantire inaspettati successi di vendite», dice Nash. E con queste parole torna dietro il banco dello stand a distribuire ai buyer delle librerie preservativi personalizzati che pubblicizzano Homewrecking: un’antologia letteraria in uscita sul tema dell’adulterio.
La scrittrice
Una delle autrici di narrativa su cui in questa edizione della fiera si appuntano i riflettori è Myla Goldberg, newyorkese, poco più di trent’anni, al suo secondo romanzo dopo La stagione delle api (Fazi, 2003). La incontriamo dopo un’affollata «colazione con l’autore» in cui ha presentato il suo nuovo libro, che verrà pubblicato negli Stati Uniti a settembre. La stagione delle api, accolto con grande favore dal pubblico e dalla critica americana (nonché da Hollywood, che lo ha trasformato in un film con Richard Gere e Juliette Binoche in uscita ad autunno) era un originalissimo ritratto di famiglia middle class ebraica, con al centro una bambina che si riscatta dalla mediocrità scolastica scoprendosi un improvviso talento per l’ortografia e arriva a far sua, per osmosi, l’ossessione paterna per la mistica alfabetica dell’ebraismo (non a caso la Goldberg è stata invitata a presentare, durante la fiera, la gara di ortografia organizzata da Booksense, la più grande associazione americana di librerie indipendenti). La sua opera seconda, Wickett’s Remedy, è invece un romanzo storico ambientato a Boston all’epoca della grande epidemia di influenza del 1917, ma intorno alla storia principale, quella di una giovane donna che tenta di trovare un rimedio all’espandersi catastrofico del contagio, si intrecciano a bordo pagina, a mo’ di paradossale controcanto, le voci dei coprotagonisti della vicenda che, da un immaginario aldilà, commentano e smentiscono i suoi ricordi. Curatissima ricostruzione d’epoca, tocchi di melodramma e costruzione postmoderna ne fanno un libro capace sia di appassionare il grande pubblico che di deliziare i lettori più raffinati.
La Goldberg appare molto più a suo agio di quando la incontrammo alla stessa fiera nel 2001, un’esordiente travolta dalla grossa macchina mediatica dell’editoria americana. Ma non parla di Wickett’s Remedy con il tono distaccato dell’autrice navigata che promuove il nuovo libro: ha ancora l’entusiasmo e il calore di chi scrive più per passione che per professione. Ci racconta dei cinque anni di ricerche necessari a portare a termine il romanzo («l’idea mi è venuta leggendo un articolo sul New York Times; non sapevo nulla dell’epidemia di influenza del ’17, e mi è parso incredibile che di un evento così catastrofico - i morti nel mondo furono milioni - si sia cancellata la memoria. In effetti, la storia che si studia a scuola è fatta esclusivamente di eventi causati o controllati dall’uomo, e il diffondersi di una malattia incurabile non rientra in questa categoria. Ma io ne sono rimasta affascinata, ed essendo una maniaca delle ricerche d’archivio ho passato mesi a documentarmi»). Confessa che dopo due anni di lavoro ha cestinato una stesura quasi completa del manoscritto e ha ricominciato da capo, e dimostra una determinazione e un coraggio piuttosto rari, su una scena letteraria dominata da grandi bestseller e contratti multimiliardari: «Wickett’s Remedy è un romanzo molto più ambizioso di La stagione delle api. Per me scrivere è una sfida continua a creare qualcosa di originale. Quando ho sentito che la “voce” che stavo usando non funzionava, ho preferito buttare tutto e ricominciare; nonostante il successo del primo libro non avevo una casa editrice che mi pressasse per la consegna del secondo: mi rifiuto di firmare contratti per più di un libro alla volta, perché non voglio che qualcuno mi imponga scadenze o pretenda di controllare l’andamento del mio lavoro. Ho cinque amici preziosi a cui faccio leggere man mano quello che scrivo, ma consegno il manoscritto solo quando è nella sua forma definitiva. Prendere o lasciare!».
Nonostante la stesura del romanzo l’abbia assorbita per mesi, la Goldberg ha trovato il tempo di pubblicare nel 2004 un reportage su Praga, città dove ha vissuto per vari mesi nel 1993 e dove è tornata dopo dieci anni per registrare gioie e dolori dell’occidentalizzazione; conosce e ama la letteratura europea, cita Hrabal, Saramago, McEwan, Nabokov, ma è anche parte attiva della scena letteraria newyorkese. Quando le chiediamo un giudizio sulla nuova narrativa americana - è vero che dopo la ventata di freschezza portata da Dave Eggers con la sua rivista McSweeney’s, negli ultimi cinque anni il panorama si è un po’ annebbiato? - lei risponde senza esitazione: «No, non ha senso parlare di crisi della narrativa, così come non ha senso parlare di morte del romanzo. Magari in certi periodi si individuano dei trend più facilmente etichettabili e in altri meno, ma gli scrittori non smettono mai di raccontare storie. Due nomi nuovi da tenere d’occhio? Nicole Kraus e Todd Hasak-Lowy». Entrambi inediti in Italia (ma forse ancora per poco).
Gli agenti
L’International rights center (la sala in cui gli agenti letterari incontrano gli editori e contrattano la vendita dei diritti d’autore) è uno dei cuori pulsanti della Book Expo America: trecento tavoli in cui gli addetti ai lavori di tutto il mondo si scambiano idee, anticipazioni, offerte: un luogo ideale per tastare il polso del mercato editoriale dalla voce di alcuni dei suoi protagonisti.
Peter McGuigan è il responsabile dei diritti esteri per la Sandford J. Greenburger Associates, una delle più antiche e prestigiose agenzie letterarie newyorkesi. Nata nel 1932, ha avuto il merito di importare per la prima volta in America scrittori europei del calibro di Kafka e Sartre, nonché i nostri Calvino, Bassani ed Eco. Oggi il suo cliente di maggiore spicco è Dan Brown, autore, con Il codice Da Vinci, di uno dei maggiori bestseller mondiali degli ultimi anni. McGuigan risponde con un diplomatico no comment alle domande sul prossimo romanzo di Brown, ma commenta così il successo inaspettato del suo cliente: «Credo che abbia rappresentato un elemento positivo sia per gli scrittori che per i lettori. Il codice Da Vinci ha fatto appassionare alla lettura anche persone che non si erano mai accostate ai libri, il che non può essere che un bene. E ha mostrato a molti scrittori che anche nel mercato caotico e affollato di oggi si può arrivare a pubblicare un best-seller senza essere un giovane esordiente trendy con grandi agganci nel mondo editoriale». L’enorme riscontro di vendite del romanzo di Brown non impedisce peraltro a McGuigan e alla sua agenzia di continuare un interessante lavoro di ricerca in ambiti meno commerciali; quando gli chiediamo quali sono i titoli di punta che sta presentando ai clienti internazionali della fiera, cita due titoli di saggistica piuttosto inconsueti, nell’ambito di un settore perlopiù invaso dai libri di cucina e di self-help: «Non mangiate questo libro di Morgan Spurlock, l’autore del documentario di culto Supersize me: è un atto di accusa dai toni satirici e irriverenti contro le corporation e i governi che fomentano la disinformazione sull’alimentazione (in Italia è appena uscito per Fandango Libri, ndr). E poi The Declaration of Independent Filmmaking di Michael e Mark Polish, una guida in toni narrativi alla produzione cinematografica a basso budget».
Pochi passi più in là incontriamo Anna Stein dell’agenzia Donadio&Olson, uno dei punti di riferimento per gli autori di narrativa più anticonvenzionale: fra i suoi clienti ci sono scrittori che hanno raggiunto il successo trattando temi controversi con uno stile ruvido e audace, come Chuck Palahniuk, Dennis Cooper, JT Leroy, nonché la nostra Melissa P. «La narrativa di qualità sta attraversando un brutto periodo - dice la Stein - per il semplice motivo che gran parte degli editori non vogliono correre rischi. Un esempio? Il nuovo libro di Sam Lipsyte Home Land (che verrà pubblicato in Italia da minimum fax, per cui è già uscito il suo Venus Drive, ndr): è stato rifiutato da più di dieci editori, e adesso, a pochi mesi dall’uscita, è già un piccolo cult. Il problema è che il reparto marketing di una casa editrice adotta sempre le stesse formule per decidere se acquisire un nuovo titolo: “A quale libro assomiglia? Chi lo recensisce? Con quale slogan lo lanciamo?”. Ma ci sono certi autori, certi libri, che sopravvivono grazie a un pugno di agenti e di editori coraggiosi, e ai giovani lettori stufi di sorbirsi le stesse mediocrità commerciali a ogni stagione».
A proposito di titoli commerciali: a differenza che in Italia, Cento colpi di spazzola di Melissa P. negli Stati Uniti è un libro di nicchia. «Qui da noi ha venduto 40mila copie e l’editore ha deciso di immetterlo sul mercato come libro erotico, con una traduzione che non gli ha reso giustizia. Personalmente, ho trovato il libro molto interessante perché ha sì la scrittura ingenua e adolescenziale che ci si aspetta da una teenager, ma al tempo stesso un’onestà e una consapevolezza rispetto a certe domande senza tempo - si può trovare l’amore attraverso il sesso? - davvero spiazzante. Melissa ne esce come una scrittrice incredibilmente sicura dei suoi mezzi. Ed è stato questo, insieme alle scene di sesso sorprendenti - nel tono, intendo - a farne un successo internazionale. Il suo secondo libro è molto più maturo e strutturato. In America ha subito trovato un editore, la Grove Press». Ma da queste parti un’autrice italiana potrà mai diventare un bestseller? Allo stand di Farrar, Straus&Giroux, uno dei più prestigiosi editori «letterari» americani, campeggiano poster e pile di copie omaggio per l’imminente uscita di Vita di Melania Mazzucco: le nostre patriottiche speranze vengono rinfocolate.