La cultura affina lo spirito, ma non ci rende migliori

Caro Granzotto, lei ha certamente ragione quando addebita agli intellettuali di sinistra tutta una serie di pecche e di vizi ereditati dallo zdanovismo della Russia staliniana, però io credo che anche così gli intellettuali di sinistra ricoprono un ruolo nel seno della società ed è quello di trasmettere cultura. È una cultura che forse non ci piace, è una cultura strumentale che ha per fine la martellante criminalizzazione del capitalismo e della democrazia liberale, degli Stati Uniti e dulcis in fundo di Silvio Berlusconi, però resta cultura di fronte alla quale ci si deve inchinare. Solo un brutto ceffo come Goering poteva affermare di metter mano alla rivoltella quando sentiva nominare la parola cultura perché come tutti sanno la cultura fa l’uomo migliore in quanto lo educa, fa l’uomo più buono in quanto più preparato a distinguere il bene del male ed infine fa l’uomo più pacifico - non pacifista, che è un altro discorso - perché la cultura semina saggezza. Per queste ragioni io credo che anche a chi non ne condivide il colore politico, le dimissioni da intellettuale annunciate dal professor Alberto Asor Rosa devono essere accolte col suono delle campane a lutto e non da quello delle campane a festa.

A dir la verità, caro Martelli, nessuno ha suonato a festa per le dimissioni di Asor Rosa da «intellettuale di sinistra». Una gigionata del genere non merita né fischi né applausi, ma solo indifferenza. Lasciamo quindi che Asor Rosa cuocia nel suo brodo e parliamo un po’ di cultura. Quello che lei così animosamente sostiene, e cioè che la cultura fa l'uomo migliore, buono e pacifico, è, mi scusi, sa, uno dei più inveterati luoghi comuni. È la più diffusa e accreditata leggenda metropolitana. La cultura, sia quella omnicomprensiva dei nostri tempi sia quella circoscritta e diciamo così, tanto per intenderci, scolastica, non ha mai avuto le taumaturgiche proprietà che lei enumera. Ci pensi: perché il solo fatto di conoscere la data di nascita di Garibaldi, l’elenco dei sovrani inglesi a partire da Guglielmo il Conquistatore, il Teorema di Pitagora o la formula dell’acido solforico, La Cavallina storna, l’Eneide o la Divina Commedia, la capitale dell’Honduras, l’aoristo passivo greco o l’ablativo della quarta declinazione latina deve rendere un individuo migliore, più buono e pacifico? La cultura può caso mai contribuire a rendere l’uomo più cattivo. La lettura del Mein Kampf (la cultura è approfondimento: non può dirsi colto chi si accontenta del sentito dire) può far venir in testa idee per niente pacifiche e «buone». Guarda caso, la traduzione in Farsi del manifesto di Hitler è il libro che da qualche anno sta in cima alla classifica di quelli più venduti in Iran.
La civiltà contadina, che per migliaia di anni e fino all’altro ieri è stata la civiltà dell’uomo, non era colta. Diciamo pure che era analfabeta e che dunque delle tre chiavi in grado di aprire le porte della cultura le mancava proprio quella essenziale. Ebbene, era forse il figlio della civiltà contadina peggiore, più cattivo e più violento del figlio e dei nipoti della civiltà dei Lumi, dei gulag e dei campi di sterminio, del mattatoio della Prima e Seconda guerra mondiale, dei kamikaze di Osama Bin Laden? Badi, caro Martelli, che non sto qui a predicare, come a lungo si predicò, la santa ignoranza. Oltre ad arricchire lo spirito, e già questo basterebbe, la cultura affina la facoltà di giudizio, aiuta, permettendoci di conoscere il passato, a meglio comprendere il presente. Ma di per sé non è, questo intendo dire, un corroborante etico (limitandoci alla storia, non c’è sentenza più mendace di quella che afferma che bisogna conoscerla, la storia, per evitare di ripeterne gli errori. Stando ai fatti, sembrerebbe invece che proprio a quello indurrebbe la conoscenza storica: a ripeterli. In serie).
Paolo Granzotto