La cultura affonda tra sinistri pregiudizi

Il talento non paga mai: agli scrittori di destra non è riconosciuto il diritto di vincere una manifestazione Invece i conformisti che vogliono trasformare tutto in guerra politica gridano &quot;alla censura&quot; dal Lingotto<br />

Di questi tempi uno scrittore di carattere quando vince un premio, non può pretendere che gli venga baciata la mano come si faceva con Giovanni Verga. Il gesto verrebbe di sicuro deriso. Ma, Diosanto, se le genuflessioni al talento risultano ridicole e servili, almeno all’autore gli si faccia onore senza trascinarlo nella straziante corvée degli schieramenti: destra, sinistra, centro, dietrofront, attenti!
Ero felice come un bambino per aver vinto (forse il primo premio della stagione) l’«Hemingway» a Lignano Sabbiadoro. Neanche un premio ricco, ma da ragazzo ero partito da Lignano per arrivare sullo Jonio in una estate che mi frutterà Bellissima; poi il riconoscimento omonimo dello scrittore di Fiesta e Festa mobile che tenevo sul comodino, e infine il Delta del Po, Venezia a due passi, gli amati Euganei: dunque come non essere felice? Invece vengo a sapere che sabato si annuncia un tentativo di boicottaggio, che alcuni giurati hanno prima votato per dimettersi subito dopo. Perché?
Alberto Moravia (è un po’che lo ripeto) diceva: Gli scrittori devono mirare all’assoluto, i politici al relativo. Quindi mi ostino a interrogare e a interrogarmi: perché gli scrittori di carattere non si festeggiano senza chiedergli il marchio di appartenenza? Perché si vuole confondere il pettegolezzo con il lavoro duro e in solitudine di chi è più fragile ed esposto?
Ma con ciò lo scrittore non vuole sfuggire alle responsabilità politiche, anche se è facile dimenticare che scrittori etichettati a destra o a sinistra sono stati grandi scrittori a prescindere dall’essere «fascisti» o «comunisti» per usare due categorie ideologiche novecentesche con le quali ancora non abbiamo chiuso i conti. Infatti nel 1998 avevo scritto Tuttestelle (presto ripubblicato da Rizzoli) che pagava il conto per tutti, però io sono un povero scrittore provinciale, repubblicano e cristiano, difficile da ricordare. Comunque sul Corriere della Sera, stilando il Decalogo dei dieci comandamenti, che prevedevano solo Doveri per gli intellettuali, cancellando i Diritti, avevo cercato di essere chiaro. E a inizio stagione dei premi avevo urlato da romantico indomito ma lucido, che continuando a disprezzare il talento, il lavoro, la singolarità, la letteratura e l'editoria sarebbero presto crollate del tutto.
Continuo a registrare invece che il pettegolezzo è più facile da digerire perché allontana dai noi l’idea propria della responsabilità e della morte. Il pettegolezzo è facile. È la più semplice delle vie di fuga.
Oltre l’affaire Hemingway ho notato le polemiche tra Ernesto Ferrero, Franco Cordero e Stefano Mauri. Nella mia ingenuità progettavo di scrivere un articolo ricordando la borghesia italiana che spinge gli artisti in avanti, che accetta i fuori coro, le provocazioni, le impuntate e anche gli schiaffi da chi progetta l’assoluto. Riflettevo su gli Olivetti, sui Garzanti, sul Corriere che fa scrivere Pasolini, sul Giornale di Montanelli dove recensisce Geno Pampaloni con libertà e autonomia. Io, mentre schifato guardo il brodastro dei pettegolezzi, per l’Italia sogno il «bene comune» del quale discorrevo con il Cavaliere Giovanni Arvedi. Invece alla Fiera del libro trovo un coro di luoghi comuni, di conformismi, allora mi chiudo in camera e cerco di mantenere la pressione bassa.
Non so se Ernesto Ferrero sia bravo o no, ma ho notato che è dimagrito, quindi ha lavorato come un matto. Rifletto che è fuori non dalla Storia, ma anche dalla cronaca (che è la piccola storia) affermare come fa il professor Cordero che il governo Berlusconi abbia lati in comune con Adolf Hitler. Non ho difficoltà a scrivere che le affermazioni di Cordero non colpiscono Berlusconi ma gli ebrei spappolati nei lager. Io che amo Gerusalemme come il fuoco della memoria e dunque l’altana per il futuro, non posso che accorgermi di quanto le dichiarazioni del professore siano un pessimo brano della già pessima letteratura pulp. Neppure Pier Paolo Pasolini avrebbe accettato di vedere Silvio Berlusconi con il volto tumefatto e sanguinate irriso sulle pagine di Facebook. Sarò stupido, ma quell’immagine mi sembra quella di un Cristo.
Tra l’altro va ricordato che la grande cultura e la letteratura italiana, per stare solo al secolo scorso, è stata fatta anche da Lacerba, da La Voce, mischiando talenti che vanno da Bilenchi a Prezzolini, da Leo Longanesi a Montale. E due dei Vip di quel secolo, apparentemente situati su barricare diverse, D’Annunzio nella divisa di soldato da stile, Ungaretti nel saio della deflagrazione luminosa, hanno entrambi, nel nome dei Doveri ai quali accennavo, combattuto nella stessa e unica guerra, che non è solo la Grande Guerra bensì la feroce guerra d’amore per l’Italia. Allora, signori dei «post-it» fra destra e sinistra, lasciate che gli scrittori possano assumersi responsabilità politiche bandendo dai loro libri conformismo e pregiudizi.