La cultura di destra riparte da «Farefuturo»

da Roma

Violato il sacrario rituale della sinistra - quella piazza San Giovanni diventata per un giorno teatro della più grande protesta nella storia del popolo dei moderati - la destra italiana lancia un’altra scommessa, quella di Farefuturo. L’idea è firmata da Gianfranco Fini che nello scorso luglio - insieme al documento programmatico che delineò la svolta verso il Ppe - mise in campo il desiderio di creare una grande fondazione con cui radicare An e il centrodestra in Europa. Quell’auspicio è cresciuto nel tempo e, attraverso il lavoro preparatorio portato avanti da Adolfo Urso e Andrea Ronchi, ha acquistato sostanza e allargato la sua prospettiva iniziale, fino alla prima riunione del comitato promotore andata in scena ieri.
Gli architetti di questo progetto non si nascondono dietro una facciata minimal. L’ambizione è quella di «fare qualcosa di grande», risvegliare la cultura della destra, riunire in una rete i tasselli di un mosaico culturale polverizzato in mille rivoli, aprire un cantiere attraverso cui far crescere una maggioranza silenziosa ma anche una classe dirigente spesso sfilacciata e priva di un raccordo: un popolo con tante idee ma con pochi intellettuali.
Il battesimo della fondazione avverrà a fine gennaio, con la presentazione del comitato promotore cui hanno già aderito intellettuali, giornalisti, scrittori, scienziati, manager, imprenditori e ricercatori, e della sede che sarà quella dell’Osservatorio parlamentare. Ma per il primo lancio della sua creatura il leader di An ha preso carta e penna e scritto una sorta di mini-manifesto sulla pagine di Charta minuta - la rivista dell’Osservatorio parlamentare creato da Urso - che per una volta si presenta in veste monografica, tutta dedicata all’evento Farefuturo. «Il centrodestra si deve ripensare nella prospettiva europea, collocandosi su un percorso unitario all’interno dell’alveo del popolarismo europeo. È una grande scommessa per tutta la Cdl che deve sostanziarsi di idee e progetti, cioè di cultura che sappia alimentare la politica» scrive Fini. «In piazza San Giovanni eravamo in due milioni non solo perché cresce spontanea la protesta nei confronti di Prodi ma soprattutto perché ormai vi è un comune sentire in quello che noi stessi definimmo il “popolo delle libertà”. Un comune sentire che è il frutto anche di questi laboratori culturali e politici».
Il leader di An batte con forza sul tasto del collegamento europeo della fondazione. «Ci siamo posti il problema di realizzare in Italia uno strumento che delineasse meglio le fondamenta culturali e sociali del nostro progetto, di destra e di centro seconda la definizione data recentemente da Nicolas Sarkozy. Abbiamo visto come lavora la fondazione di José Maria Aznar, lo spessore dinamico dei conservatori di David Cameron, che recuperano quella socialità e quell’attenzione all’ambiente che sono già patrimonio della Destra italiana, abbiamo osservato con malcelata invidia le capacità programmatiche della «Adenauer» in Germania e dell’«Heritage» o dell’«American enterprise» negli Stati Uniti. C’è bisogno di qualcosa di simile anche in Italia, proprio ora che siamo all’opposizione e abbiamo il dovere di colmare questa lacuna. Proprio ora che in piazza San Giovanni abbiamo tenuto a battesimo l’aspirazione di molti a costruire la casa comune di cattolici, laici, liberali, nazionali, certamente riformisti. È un progetto difficile ma anche per questo affascinante».
Il progetto prevede la tessitura di una fitta rete di collegamento con le altre fondazioni di area come Liberal, Magna Carta, la Free foundation, Ideazione, Nuova Italia, Economia Reale, la rivista la Destra di Fabio Torriero e Il Circolo di Marcello Dell’Utri. «La Fondazione dovrà servire a far sentire l’Italia partecipe di un progetto europeo e Occidentale - dice Andrea Ronchi -. Vogliamo che lo straordinario lavoro politico e diplomatico fatto da Fini come ministro degli Esteri, un investimento per la destra italiana, venga fatto fruttare». «Qualcuno l’ha paragonata a “Italianieuropei” di D’Alema - puntualizza Urso - ma molto diverso è il contesto: la sinistra si è caratterizzata per l’egemonia culturale dal dopoguerra ad oggi, la destra ha invece una grande lacuna da colmare e in fretta se vuole aspirare a un ruolo di guida nella classe dirigente del Paese e non solo in Parlamento».