Cultura e grandi spazi: si inaugura la Pelanda

Non assomiglierà al Matadero di Madrid o al 104 di Parigi. Questa è una certezza. La Pelanda di Testaccio mette un po’ da parte quella che, nelle intenzioni, era la sua primitiva natura: essere un centro di produzione culturale emergente e si prepara a vestire principalmente i panni di nuova location espositiva per la città. «La prima idea di ristrutturazione di questi spazi era di realizzarne un luogo di formazione, dove coltivare il talento - sottolinea l’assessore capitolino alla Cultura, Umberto Croppi -, ma si trattava di un'ipotesi troppo ambiziosa e difficile da gestire. Per questo affideremo la struttura al Macro affinché la utilizzi per convegni e mostre ma anche perché la impieghi in parte per le sua funzione iniziale».
Funzione iniziale pensata dieci anni fa da «Zoneattive»: nel 1999, infatti, dopo il successo della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo realizzata nell’area del mattatoio allora in disuso, «Zoneattive» (che aveva curato l’organizzazione) ha sviluppato l’idea di creare un luogo dove poter lavorare in maniera stabile sulla produzione culturale e ha individuato nella Pelanda la sede ideale per poter dar vita a questo progetto che oggi, almeno in parte, si realizza.
Domani il taglio del nastro: in programma due convegni (uno la mattina «Le sponsorizzazioni culturali a Roma» e uno il pomeriggio «La comunicazione dei beni immateriali: il valore delle professionalità e delle risorse») e una video-performance la sera, «Interviste impossibili ai grandi mecenati», con la sceneggiatura di Lorenzo Pizzanelli.
Lo spazio certo non manca in questa struttura dove venivano uccisi e lavorati i maiali, vicino ai padiglioni del Macro Future e alle aree dove sta per trasferirsi l’Accademia di Belle Arti: quasi cinquemila metri quadrati, due padiglioni collegati con al centro un’area coperta, la vecchia sala delle vasche dove si bollivano i maiali prima di essere spellati, utilizzabile sia per eventi o sfilate, e, perché no, anche come set cinematografico. Non sarebbe la prima volta, infatti, visto che Sergio Leone ha girato qui una scena di «C’era una volta in America».
Uno dei padiglioni, il più ampio, si presenta come una galleria a vetri (per un totale di oltre mille metri quadrati) e visto che era stato pensato come centro di produzione ha le predisposizioni tecnologiche più avanzate: due teatri studio, una sala di registrazione, sei atelier tra loro collegati, due aule con copertura wi-fi. L’altra area è formata da 7 spazi speculari, che possono essere utilizzati singolarmente o in totale ed è più adatta per le esposizioni. Recuperate per il pubblico in questo padiglione anche 4 delle 7 cisterne dell’acqua posizionate al piano superiore. Il primo evento in cartellone è previsto per il 3 marzo con l’apertura di una mostra sul digitale a cura di Roma Europa Festival; a maggio poi la Pelanda farà da sfondo alla fiera internazionale dell’arte contemporanea.
La riconversione di questo spazio di architettura industriale è durato tre anni (il cantiere è stato aperto nel novembre 2006) per un costo di 13 milioni di euro. Ma il difficile arriva adesso: gestire e rendere produttivo un complesso dai grandi numeri.