Cultura e politica non cedano alla tecnocrazia del mercato

Q uando ho sollevato il problema che non esiste oggi un pensiero all’altezza della crisi mondiale, in grado cioè di spiegare e magari indicare vie per uscire dalla cultura della crisi, non volevo riproporre vecchi antagonismi tra moderni e antimoderni, tra liberali e no, tra destra e sinistra, tra mercato o Stato. Questi conflitti li abbiamo ormai alle spalle, cadaveri sepolti o spiriti vaganti nel Novecento. Intendevo invece porre una domanda interamente rivolta al presente e proiettata nel futuro: ma crediamo davvero che sia insuperabile e definitivo questo capitalismo, questa democrazia, questo occidente made in Usa? Dicendo «questo», non spostavo la discussione sulle essenze e i fondamenti ma ponevo la possibilità di pensare altre forme di capitalismo, di democrazia e di Occidente. Le osservazioni qui fatte da eminenti studiosi in difesa di questi assetti sono tutte plausibili. E io non intendo affatto confutarle, perché sono bilanci delle esperienze passate paragonate a infauste esperienze anticapitalistiche, illiberali, antidemocratiche che non avevo evocato e tantomeno rimpianto. (Tra parentesi dico solo una cosa: storicizzando la crisi, possiamo tacere nel nome dei guasti compiuti dalla spesa pubblica, gli effetti perversi del liberismo e dei mercati finanziari?) Assodato che tutto sommato è andata meglio così e nessuno rimpiange sistemi autoritari, dirigisti e totalitari, poniamoci il problema odierno: dobbiamo fatalisticamente rassegnarci alla tirannia della borsa, agli imperativi assoluti del Mercato Globale e alle bolle dell’economia irreale, ai deficit di sovranità e decisione della democrazia? Dobbiamo tenerci gli errori del presente nel terrore che si possa cadere negli orrori del passato? Dobbiamo considerare esaurito e imprudente ogni tentativo di pensare ulteriori scenari, dobbiamo anzi temere che ogni tentativo di superare le crisi sia solo un tornare indietro, agli spettri del passato? Io auspico invece che il pensiero riprenda a pulsare, a ricercare, a non fermarsi davanti a santuari intoccabili. E ho l’impressione che manchi il respiro di un pensiero possente. Così dicendo non confondo giudizi di valore e giudizi di fatto, semmai richiamo misure di grandezza; nessun pensiero influenza oggi la realtà, e questo non è un mio giudizio, è la realtà che tutti constatiamo davanti agli occhi. È l’incidenza del pensiero che si è ridotta, indipendentemente se questo sia un bene o un male o se incida positivamente o negativamente. Non è poi la quantità di titoli sull’argomento in libreria che può smentire questa affermazione, è la realtà degli assetti mondiali a farlo. Se bastasse il criterio quantitativo a decretare il senso di un’epoca dovremmo dire, per fare un esempio, che oggi viviamo un’epoca molto più impregnata di poesia rispetto all’epoca romantica, perché ora ci sono migliaia di libri di poesia mentre allora c’era solo qualche sparuto Leopardi e Foscolo, Holderlin e Novalis, Byron e Shelley...
Dino Cofrancesco, puntuale e arguto come sempre, osserva che auspicare un pensiero influente nella storia sia una pretesa illuministica. Potrei rifugiarmi dietro pensatori grandi e tutt’altro che illuministi che condividevano la responsabilità storica del pensiero e la sua incidenza: da Vico a de Maistre, da Schmitt a Gentile, fino a Del Noce. Il ruolo centrale del pensiero non si identifica con l’egemonia di una setta illuminata dalla Ragione: nel pensiero si coagulano tradizioni, filosofie ed esperienze storiche e religiose, miti, visioni del mondo e rielaborazioni critiche. Il grande autore è quasi un medium, oltre che un sismografo del suo tempo. Denunciare la sconfitta del pensiero non è rimpiangere la guida di una casta intellettuale, che ne è il cascame militante. È denunciare la perdita di libertà e di responsabilità in favore di processi automatici e di forze interamente fondate sulla quantità. È denunciare la vittoria dalla prassi e poi dell’automatismo sul pensiero. È denunciare, infine, il declino della filosofia nel conoscere la realtà e magari inseminarla.
Ci sono momenti in cui la civilizzazione cresce con la civiltà, ne costituisce il sostrato tecnico e strutturale, e ci sono momenti in cui la crescita dell’una avviene a spese dell’altra, semplicemente divaricandosi o peggio producendo barbarie di ritorno. Guardando questa fase della nostra epoca ravviso questa pericolosa tendenza. Che si può leggere anche in un’altra chiave: la sfera dei mezzi, la tecnica e il mercato, ha sopraffatto e svuotato la sfera dei fini, dove abita la civiltà, e dunque la cultura, le tradizioni, la politica, il legame sociale. Sono preoccupato da questo rovesciamento e vorrei che il pensiero insorgesse. Che questo sia liberale o meno, moderno o no, di destra o meno, non interessa. Passammo dall’ideologia come dalla varicella, ma ne siamo da tempo vaccinati. Diffido dagli assoluti applicati alla storia e all’economia, compresi gli assoluti liberali e liberisti.