Il piccolo orfano e l'uomo lebbroso, il dolore si scongela nell'amicizia

La pellicola di Shawky senza retorica salvata dalla leggerezza

«Sei triste?» chiede il piccolo nubiano Obama all'egiziano Beshay. Il primo è un orfano senza alcun legame, il secondo un lebbroso quarantenne che, ancora bambino, dalla famiglia ha dovuto separarsi. Adesso che è guarito, anche se ne porta sul corpo i segni rovinosi, vorrebbe riallacciare quel legame che la malattia tagliò, ma il ragazzino non ha il coraggio di dirgli che ciò che resta del suo antico nucleo famigliare preferisce di no, preferisce non vederlo. Così mente, non li ha trovati, e quella domanda serve a verificare se la menzogna sia servita a qualcosa. Hanno viaggiato a lungo per l'Egitto Obama e Beshay, quell'Egitto che nessun turista andrà mai a visitare. Lo hanno fatto su un carretto tirato da un asino e dove Beshay ha raggruppato le sue poche, povere cose. «Be', se non altro abbiamo visto il mondo» è la risposta... Sorta di Monello chapliniano, un vagabondo e un ragazzino che fanno della loro miseria una piccola gioia, Yomeddine, di A. B. Shawky, ieri in concorso, è uno di quei film in cui il rischio della retorica del dolore è sempre dietro l'angolo e solo la leggerezza con cui il tema è trattato permette al regista di uscirne indenne.

D'altra parte, nel ruolo del protagonista non c'è un attore truccato per la parte, ma un ex lebbroso, Rady Gomal, in grado di imporsi per la sua umanità e non per la sua malattia. Il titolo in arabo sta per «giudizio universale», quando cioè saremo tutti eguali e non saranno più le apparenze a fare da discrimine. Ma rimanda anche al fatto che, con la malattia ormai medicalmente debellata, quelli come Beshay-Gomal fanno parte dell'ultima generazione ad aver conosciuto la menomazione fisica che questa comporta. Cairota, trentenne, già autore di cortometraggi, Shawky dieci anni fa aveva fatto sul tema un breve documentario, The Colony, girato nel lebbrosario di Abu Zaahal, al nord della capitale egiziana. Yomeddine vi aggiunge la grazia di un viaggio all'aria aperta, di una gioia malinconica, dove lo stoicismo non è mai rassegnazione.