Cultura in lacrime per l'addio a Rigoni Stern

E' morot nella sua casa di Asiago a 86 anni uno dei nostri più grandi scrittori di guerra e di montagna. Con il romanzo &quot;Il Sergente nella neve&quot; (<strong><a href="/a.pic1?ID=269896" target="_blank">leggi</a></strong>) testimoniò una tragedia nazionale che in molti non poterono raccontare

Lo scrittore Mario Rigoni Stern è morto lunedì sera ad Asiago. Malato da tempo, aveva 86 anni. La notizia della sua morte è stata tenuta riservata dalla famiglia, per espressa volontà dello scrittore. I funerali sono stati celebrati ieri pomeriggio, in forma strettamente privata, nella chiesetta del cimitero di Asiago.

 

«Mi piaceva scivolare a tutta velocità sulla neve, con quegli sci lunghi di legno che si usavano allora. La neve è stata la gioia, ma anche il dolore del gelo e della morte».

Era il novembre del 2006 quando Mario Rigoni Stern, ancora forte nella stretta di mano e saldo nel portamento, festeggiando il suo ottantacinquesimo compleanno in casa Editrice Einaudi a Torino, ci raccontava del suo «corso sciatori» in Alta Val Formazza nel gennaio del 1939 (immortalato ne L’ultima partita a carte). «Mi ricordo ancora bene che vicino alla diga di Morasco avevamo fatto una gara sci-alpinistica partendo dalla Cascata del Toce. Nella neve si viveva e si moriva. Un aspirante che era con noi era rimasto sotto una valanga durante un allenamento. Noi sciavamo, bevevamo il vin brulé, vincevamo la coppa, ma poi, nel gennaio del 1943 eravamo andati a morire per il freddo, nella neve, in guerra». Non aveva ancora diciotto anni l’alpino Mario Rigoni Stern che, in quei giorni felici e immemori, aveva deciso di non rinnovare la tessera di giovane fascista e che voleva specializzarsi nel corpo degli alpini come «sciatore-rocciatore».

Rigoni Stern, che era di Asiago sulle Prealpi vicentine, si era arruolato volontario alla Scuola Militare Alpina di Aosta già l’anno prima. Giovanissimo, come si conviene all’età, aveva cominciato con l’azione. La contemplazione, la parola, il dolore dovevano ancora arrivare. Non avrebbero tardato molto, a dire il vero, in quegli anni tragici e difficili. E a venticinque anni aveva già subìto le sferzate più violente della storia. Dapprima combatte con la divisione Tridentina, poi, dopo svariate traversie, finisce in Russia. Qui vive le vicende narrate nel suo romanzo più noto e decisivo: Il Sergente nella neve.

Pubblicato nel 1953, il libro è la testimonianza diretta di una tragedia nazionale che molti non poterono raccontare, e cioè il resoconto di un sottufficiale alpino che si trova a vivere, nel 1943, l’apocalisse dell’attacco sovietico fra il Don e il Donetz, al centro del lungo fronte che divideva l’Unione Sovietica dall’alleanza tedesco-rumena-ungherese-italiana. Insomma al centro della storia. Elio Vittorini, sul risvolto di copertina della prima edizione, scrisse: «Mario Rigoni Stern non è scrittore di vocazione», ma fu smentito, più che dai critici che dissentirono, dai lettori che crebbero a migliaia e dalle opere che seguirono. Un’espressione come: «Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?» sarebbe entrata nell'immaginario e nel linguaggio degli italiani (specie in certe aree del nord est) ben al di là della consapevolezza della sua fonte.

Da buon montanaro temprato dalla guerra ma anche dai ritmi radi delle stagioni naturali, Rigoni Stern rivelò poi un’altra dote, quella della contemplazione silenziosa e della pazienza da entomologo che gli fecero scrivere libri come Le storie naturali o Le storie dall’Altipiano.

Già, il suo Altipiano, che come annota Eraldo Affinati nel Meridiano Mondadori a lui dedicato, «era il luogo dove andava a leccarsi le ferite adolescenziali, come faceva il giovane “Nick” di Ernest Hemingway nei campi indiani al confine del Canada», sarebbe rimasto l’emblema di un senso di appartenenza alla propria terra coniugato con l’idea di cosmo più che di cosmopolitismo: con la natura al di sopra di tutto. La natura di Mario Rigoni Stern, però, non è mai stata una natura arcadica e armoniosa da paesaggista, e il suo amore per la caccia, commisurato a quello infinito per gli animali, lo testimonia. «Quando scesi a Torino all'Einaudi per proporre il mio manoscritto - ci ricordò - indossavo gli scarponi da montagna, e appena entrai in casa editrice mi guardarono storto, mi fecero attendere, chissà cosa pensarono. Fu così che incontrai Italo Calvino per la prima volta. Ma io venivo dalle montagne! Come avrei potuto vestirmi?».

Rigoni Stern se ne va mentre arriva l’estate, ma è con la neve che lo ricordiamo. La neve che tornerà a coprire i suoi prati di Asiago, le lapidi del cimitero, le case, addolcendo gli spigoli e anche la morte. La neve del sergente e la neve della Formazza. «Ho tante nevi nella memoria - scrive in Le vite dell'Altipiano (Einaudi, 2008) -: nevi di slavine, nevi di alte quote, nevi di montagne albanesi, di steppe russe, di lande polacche. Ma non di queste intendo parlare; dirò di come le nevi un tempo venivano indicate dalle mie parti: nevi dai più nomi, nevi d’antan, non considerate nei bollettini delle stazioni di sport invernali».

La Brüskalan, la sneea, l’haapar, l’haarnust... C’era un suo personale senso della neve che solo le sfumature del linguaggio dialettale possono cogliere. E anche questa appartenenza a una koinè, a un certo modo di intendere il linguaggio, hanno fatto la scrittura di Rigoni Stern. Ci rimarrà impressa l’immagine, sobria e assoluta come la sua scrittura, del ragazzo che apre la bocca verso il cielo per sentire la neve sciogliersi sulla lingua.