«La cultura del rapimento è nata con Mastrogiacomo»

Lo dice la deputata afghana Shukria Barakzai, premiata ieri a Firenze

da Firenze

Shukria Barakzai ha ricevuto ieri il Giglio d’oro del Comune di Firenze assieme a un’altra parlamentare afghana, Malalai Joya, come simboli del nuovo Afghanistan che sta nascendo fra mille difficoltà. La candidatura della Barakzai è stata fortemente voluta da Enrico Bosi, consigliere comunale di Forza Italia, che ha letto sul Giornale la sua storia coraggiosa. Ai tempi dei talebani la frustarono trovandola in giro da sola, ma oggi Shukria siede in Parlamento.
In Afghanistan è scoppiata la guerra degli ostaggi. I fondamentalisti copiano le tattiche irachene?
«Ci sono alcune somiglianze con l’Irak, come i video propagandistici. Però penso che ci troviamo di fronte a una crisi con il più alto numero di ostaggi stranieri mai catturato dai talebani fino ad oggi, a causa dell’errore compiuto nello scambiare il giornalista italiano (Daniele Mastrogiacomo, inviato di Repubblica, nda) con cinque prigionieri talebani. Dopo lo scambio si è sviluppata la “cultura” del rapimento per ottenere il rilascio di qualcuno».
Lei sta dicendo che l’impennata dei sequestri di stranieri è derivata dal fatto che i talebani hanno ottenuto quello che volevano nel caso Mastrogiacomo?
«Si è trattato dell’inizio. I talebani si sono resi conto che con un giornalista possono ottenere la liberazione di cinque loro combattenti. Non gente qualunque, ma comandanti che sono tornati a combattere con due mani, non solo una, contro il governo che li ha rilasciati».
Il nostro governo deve aver promesso a Kabul qualcosa di importante in cambio. Sa cosa?
«So che l’Italia si è impegnata nella ricostruzione della strada da Kabul a Bamyan, una provincia isolata, dove sorgevano le storiche statue dei Buddha, prima che i talebani le abbattessero. Inoltre avete un ruolo guida e finanziate il sistema giudiziario afghano. Però vorrei sottolineare che gli afghani hanno bisogno di vera giustizia, non più di un sistema transitorio».
Cosa pensa del mediatore di Emergency nel sequestro Mastrogiacomo, Rahmatullah Hanefi, scagionato da tutte le accuse di collusione con i talebani dopo tre mesi di carcere?
«In Afghanistan tutti sono convinti che è stato scagionato a causa delle pressioni esercitate da Emergency. Altrimenti le accuse non sarebbero mai decadute. Il processo che lo ha assolto è avvenuto a porte chiuse (come ai tempi del regime comunista, nda), nonostante la Costituzione preveda che tutti i giudizi devono essere pubblici».
Forse era solo un capro espiatorio?
«Non penso. Alcuni parlamentari della provincia di Helmand hanno puntato il dito contro Hanefi. Ma la verità avremmo potuta saperla solo con un processo pubblico».
Ieri è morto il “padre della patria” Zahir Shah. Qual è il sentimento degli afghani?
«L’Afghanistan ha perso un simbolo di unità. La democrazia ha iniziato a muovere i suoi primi passi ai tempi di Zahir Shah, quando l’Afghanistan era pacifico. Mia madre, che appartiene alla generazione della monarchia, è più fortunata di me. Lei poteva camminare liberamente per strada, senza paura, in un Paese moderno per quel tempo. Io sono stata picchiata per essere andata in giro da sola ai tempi dei talebani. Zahir Shah è stato e rimarrà per sempre un simbolo della nostra storia».