Tienanmen, la rivolta vista sul campo

Venticinque anni fa la rivolta. Enzo Pifferi era l'unico fotografo italiano presente. Fece 4mila scatti, mai pubblicati

Venticinque anni fa, la primavera di Pechino, che inaugurò le rivolte del 1989 culminate nel crollo dei regimi comunisti dell'Est Europa, volse verso il suo esito sanguinoso. La rivolta degli studenti universitari, simboleggiata dall'occupazione di piazza Tienanmen, fu innescata dal rifiuto opposto dalle autorità comuniste all'apertura di un dialogo con i manifestanti, che chiedevano riforme, democrazia, ma anche lotta alla corruzione dilagante.
La Cina era in lutto, dopo la morte dell'ex segretario del Partito comunista, Hu Yaobang, un riformista la cui memoria era cara alle masse popolari che cominciarono a deporre corone di fiori, in suo onore, davanti al monumento agli eroi, in piazza Tienanmen. Il 22 aprile 1989, giorno dei funerali di Hu Yaobang, oltre centomila studenti si diedero convegno nella piazza per testimoniare la loro fame di libertà mentre si compivano i riti di congedo. Secondo le tipiche forme dell'ossequio cinese verso le incarnazioni del potere, a mezzogiorno tre studenti si inginocchiarono sui gradini dell'entrata del Palazzo dell'Assemblea popolare, chiedendo di consegnare una petizione ai dirigenti dello Stato. Fu risposto loro che i leader non avevano tempo di riceverli.

A quel punto, il gesto di ossequio si trasformò in una fremente indignazione. E fu un crescendo di manifestazioni e di collera. Il 4 maggio, nuova marcia di centomila studenti per le strade di Pechino. Il giorno 13, i giovani iniziano lo sciopero della fame. Nel Partito comunista, soltanto il segretario generale, il riformista Zhao Ziyang, pare aver conservato il senno e vuole dialogare con i giovani, che infatti va a incontrare sulla piazza. Gli altri capi, in testa il primo ministro Li Peng, ma soprattutto il suo mentore, l'anziano patriarca rosso Deng Xiaoping, sono irriducibili nel pugno di ferro. Risultato: il 20 maggio viene introdotta la legge marziale.

Il comasco Enzo Pifferi fu l'unico fotoreporter italiano presente, in piazza Tienanmen, nei giorni che precedettero il massacro di cui fu testimone. Mescolato agli studenti, scattò quasi 4.000 fotografie. All'alba del 4 giugno, i mezzi pesanti dell'esercito irruppero nella piazza per sgomberarla dagli ultimi occupanti: fu una carneficina. Il numero delle vittime non è mai stato accertato: c'è chi ha parlato di tremila morti, altri di dodicimila. Pifferi perse una macchina fotografica nella calca, ma salvò la pelle, dopo aver sfidato la sorte: una bomba al fosforo gli scoppiò sopra la testa, lasciandolo tramortito. Prima di salire sull'ultimo volo, fece in tempo a vedere un gippone piombare sulla folla della piazza, falciandola. Giunto in Italia, si rese conto che la pubblicazione delle sue foto avrebbe fornito ai macellai cinesi strumenti per identificare i rivoltosi. E scelse di non usarle: per questo, vinse un premio, la Grolla d'oro, per una «mancata comunicazione». Anche la sua cronaca di quei giorni, che pubblichiamo a parte, è rimasta inedita.