Il ragazzo che sfidò la morte per sentirsi finalmente vivo

L'autore de La cena narra la storia di uno studente in crisi che si rifugia nel lavoro manuale tra i boschi finlandesi. Lo attende uno strano incidente

Presentiamo il testo inedito Giorni finlandesi che lo scrittore olandese Herman Koch leggerà oggi nel corso della seconda serata di «Letterature. Festival internazionale di Roma». Tema della manifestazione è «Ognuno, ma proprio ognuno, è il centro del mondo». Leggeranno brani inediti anche Roddy Doyle e Fabio Volo.

Quando guardo le foto di allora vedo una persona che con me c'entra solo molto vagamente e alla lontana. Un ragazzo allampanato, un po' troppo esile, con una giacca grigia scolorita che con un po' di fantasia si sarebbe potuta definire un «camiciotto da contadino». I pantaloni, altrettanto scoloriti, infilati in stivali neri di gomma alti quasi fino al ginocchio. Un braccio si posa noncurante su un carretto giallo; un po' più indietro si distinguono appena le ruote posteriori di un trattore rosso, piene di fango.
Sembra l'immagine di un duro, ma non lo è: il ragazzo è proprio troppo esile e allampanato. Che ci faceva lì?, viene da chiedersi. Oppure: era abbastanza robusto per quel lavoro?
Anche negli anni successivi queste domande hanno sempre continuato ad assillarmi. Se in una serata qualsiasi, dopo che si era sparecchiato la tavola, ricordavo il mio periodo finlandese, ormai la gente (i miei stessi familiari, gli amici) iniziava a ridere anche senza bisogno delle foto. Di solito cercavo subito di cambiare argomento dopo qualche rapida battuta («Era l'inverno del 1973, il termometro alle dieci di sera segnava meno 27», «Ero andato lì per fare un lavoro manuale», «Con quella motosega una volta stavo per segarmi via il polpaccio»). Siete sicuri di voler sentire? diceva il mio sguardo. Sì, sì, continua, mi incoraggiava il pubblico annuendo. Ogni volta ricominciavo dal viaggio in nave in mezzo ai blocchi di ghiaccio del Mar Baltico fino all'arrivo nel porto congelato di Helsinki, consapevole che presto o tardi sarebbero iniziate le risatine.
Siete sicuri di voler sentire? La mia domanda, al di là della cortesia, aveva soprattutto a che fare con la scarsa credibilità del mio soggiorno in Finlandia, con quelle foto in cui posavo sì su un carretto trainato da un trattore, ma dove non si vedeva mentre sfrecciavo con quello stesso trattore lungo le strade innevate in mezzo ai boschi finlandesi. Sì, proprio così: sfrecciavo. Sempre troppo veloce, specie in curva. Avevo diciannove anni. Non troppo tempo prima alcuni eventi mi avevano sconvolto totalmente la vita, per non dire strappato il terreno da sotto i piedi. Speravo in qualcosa, mentre ero lì da solo sul trattore in mezzo ai boschi. Un incidente, almeno. Un incidente in cui rimanere ferito gravemente - in cui, se necessario, perdere la vita.
Era una sensazione liberatoria, una sensazione che non avrei mai più provato. Non c'era alcun pericolo, o meglio, il pericolo c'era, ma era mio amico - forse il miglior amico che avessi nel 1973.
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I primi giorni mi cadeva tutto dalle mani: bidoni di latte, secchi, rastrelli, scope e i pezzi staccabili della macchina per la mungitura, che andava fissata con le ventose alle mammelle delle vacche. Non potevo vedermi, non era ancora come sarebbe stato poi in quelle foto: ancora ci credevo, credevo in una versione meno imbranata di me stesso che nel giro di una settimana sarebbe emersa dal vecchio corpo. Credevo in una vera e propria rinascita: il mio io precedente, dotato di due mani sinistre e diversamente agile, sarebbe stato gettato via e, come la pelle di un serpente, sarebbe rimasto abbandonato su una roccia. Sarebbe sorta una versione di me più prestante, che avrebbe affrontato le carriole, i rastrelli e le scope come non avesse mai fatto altro in vita sua. Con naturalezza avrei maneggiato il forcone per ripartire il fieno tra le vacche; avrei spremuto la tettarella del bidone del latte tra le labbra dei vitellini appena nati, umidicce al tatto come guanti bagnati, senza che quelli mi facessero volare il bidone dalle mani con qualche colpo di testa ben assestato; disinvolto avrei appoggiato la mano sul parafango posteriore del trattore mentre lo parcheggiavo in retromarcia nel ripostiglio. Come ho detto, non potevo vedermi, arrivava tutto da dentro, la credibilità doveva venir fuori da sola.
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Entrammo nel bosco, dove il trattore sprofondò nella neve fin sopra le ruote posteriori. Imparai le mie prime parole in finlandese. Le parole per dire «albero che cade», «rinculo della motosega», «ferite non più suturabili». Nella segheria dove trascinavamo gli alberi fissati con le catene dietro il trattore vidi uomini con tre dita, con un braccio che finiva in un moncherino, uomini con le camicie a scacchi da boscaioli che caricavano alberi interi in un colpo solo sulla piattaforma dove la sega circolare girava in continuazione. La piattaforma si muoveva verso la sega, l'abilità stava nel saltare indietro in tempo perché venisse segato per lungo soltanto il legno e non anche una gamba o tutto il corpo. Gli uomini, le cui arcate dentarie mostravano soprattutto spazi vuoti, bevevano vodka o spirito distillato in casa da bottiglie del latte che stappavano con i rari denti residui. Le scatarrate che lanciavano sul terreno coperto di aghi di pino erano più nere che marroni. Sapevo che i loro sguardi erano puntati sul mio corpo troppo esile; li vedevo darsi di gomito e scuotere la testa, ridere di stupore mostrando le bocche sdentate. Quando conversavano ad alta voce in finlandese ero sicuro che stavano parlando di me: architettavano qualche bello scherzo da fare al ragazzetto secco, uno scherzo con la sega circolare, qualcosa che non avrebbe mai dimenticato per tutta la vita.
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Qualche mese prima dell'esame finale ero stato convocato dal preside. Davanti a lui, sulla scrivania, la mia ultima pagella.
«Qui vedo solo dei tre e dei quattro», disse. «Fare l'esame finale, nel tuo caso, mi sembra completamente inutile».
Questo accadeva mesi prima del sogno; nel sogno avrei costretto il preside a inginocchiarsi e a ingoiare la mia pagella.
«Quindi ti inviterei caldamente a non fare l'esame», proseguì invece nella realtà. «Rifatti l'ultimo anno in santa pace. Così, a livello di Liceo Spinoza, a fine anno avremo una percentuale inferiore di bocciati. Per le statistiche».
Nel sogno rinunciavo all'esame finale; nella realtà giurai che mi sarei opposto alla scuola fino allo stremo delle forze, ignorando quindi il consiglio del preside.
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Una settimana prima di tornare nei Paesi Bassi, mentre ero sul trattore, a una curva larga andai dritto. Lo feci apposta. Mancai per un soffio un albero, e poi un altro. Madido di sudore all'ultimo momento frenai prima del terzo. Il motore si spense. Ascoltai il silenzio tra gli abeti e il battito del mio cuore. Un quarto d'ora dopo accesi il motore, riportai il trattore in carreggiata e tornai con calma alla fattoria. È la prima volta che lo racconto.
«Mi auguro tu sia stato bene», disse l'uomo barbuto alla stazione di Lieksa, tendendomi la mano per salutarmi. «Spero abbia trovato ciò che cercavi».
Non mi ero «rifatto l'ultimo anno in santa pace», come consigliato dal preside del Liceo Spinoza. Ero andato in Finlandia. Sul treno del ritorno, per la prima volta, feci quel sogno.

traduzione dall'olandese di Giorgio Testa copyright 2014 Herman Koch