Moderato, riflessivo, garantista. Montaigne? Un leader perfetto

Una trasmissione e un libro di successo rilanciano l'attualità di un grandissimo pensatore "impolitico"

Ogni tanto mi prende la smania di fondare un nuovo partito, un movimento capace di contrastare le ideologie che stanno decomponendo l'Italia e insieme all'Italia tutto l'Occidente, ossia l'ambientalismo, l'animalismo, il femminismo, il genderismo, l'immigrazionismo, l'omosessualismo, oltre al sempiterno comunismo che nessuno considera più e che invece si insinua in innumerevoli provvedimenti governativi all'insegna dell'invidia sociale e del livellamento economico. «Partito della realtà», sarebbe il suo nome.

Uno dei pensatori di riferimento potrebbe essere Michel de Montaigne, signorotto francese del Cinquecento i cui Saggi mi sembrano più utili di tutti i libri della saggistica da classifica messi insieme. Costui era un uomo di eccezionale buon senso e ce lo ricorda un piccolo libro di Antoine Compagnon molto opportunamente intitolato Un'estate con Montaigne (Adelphi, pagg. 136, euro 12). L'autore è un professorone (docente di Letteratura francese e comparata alla Sorbona di Parigi e al Collège de France, istituto dove hanno insegnato cattivi maestri come Michel Foucault ma anche maestri piuttosto buoni quali Claude Lévi-Strauss) che si è prestato a divulgare Montaigne e i suoi Essais addirittura alla radio: il libro infatti è ricavato da una lunga serie di trasmissioni andate in onda quotidianamente appunto nell'estate del 2012 su un'emittente radiofonica francese. Con ascolti sbalorditivi.

Il pensatore francese appare innanzitutto come un vero moderato. «Si dipinge spesso come un gentiluomo che vive ozioso nelle sue terre» e questo stile di vita tranquillo è l'opposto dell'iperattivismo di estremisti e fanatici. Quando Matteo Renzi fissò all'alba la prima riunione della nuova segreteria Pd non mi fece pensare a un uomo avente a cuore le sorti dell'Italia, mi fece pensare a un esagitato, a un frettoloso destinato a prendere decisioni non ponderate. L'ostentazione di energia mi ricordò Benito Mussolini che fingeva di non dormire mai, lasciando accesa la luce della Sala del Mappamondo, a Palazzo Venezia, per tutta la notte. Forse, se non avesse avuto quell'immagine da superomista frenetico da difendere, le cose sarebbero andate meglio per lui e per noi. Non per nulla sia il Duce sia il Führer sia Napoleone, che saggi non erano, disprezzavano l'autore dei Saggi, che senza dubbio avrebbe ricambiato: «Il bersaglio polemico di Montaigne sono gli agitatori, tutti gli apprendisti stregoni che promettono alla gente un domani migliore».

Montaigne è un vero conservatore, sfida il conformismo e non teme di mostrarsi refrattario alle mode e ai mutamenti, anche politici: «Nulla nuoce a uno Stato quanto il nuovo. I cambiamenti conducono solo all'iniquità e alla tirannia». Ho il sospetto che sarebbe stato contrario alla riforma del Senato... «Lo scetticismo - scrive Compagnon - lo porta alla difesa delle consuetudini e delle tradizioni, arbitrarie quanto si vuole, ma che è inutile sconvolgere se non si ha la certezza di poter fare di meglio». E siccome la certezza di fare di meglio non ce l'ha mai nessuno...

Montaigne è un vero garantista: in quasi perfetta solitudine scrive contro la tortura e la caccia alle streghe, allora in gran voga, e dichiara di nutrire poca fiducia nella magistratura. Vorrebbe ridimensionarla e ridimensionare la superbia dei giudici che pretendono di sapere sempre la verità. Ogni tanto, scrive, bisognerebbe accontentarsi «di una sentenza che dica: “La corte non ne viene a capo”». A pensarci bene è la vecchia «insufficienza di prove», formula assolutoria dubitativa e quindi molto nello stile di un pensatore indulgente e scettico. Che però non è un mollaccione: da vero realista, da antiutopista sa che a volte lo Stato deve saper sfoderare la spada. Mettendo da parte il dialogo, metodo che non idolatra (ammette di avere qualche difficoltà a dar ragione a un interlocutore), e gli inutili sfoggi di eloquenza. Tutto questo specie in caso di invasione. E qui mi viene in mente il solito Renzi che quando l'Africa ci avrà travolti sarà sempre lì a mandare tweet ironici.

Ogni tanto mi prende la smania di fondare un nuovo partito, poi però succede qualcosa che mi fa cambiare idea. Stavolta mi è bastato leggere che Michel de Montaigne fece incidere su una trave della sua biblioteca la massima biblica «Per omnia vanitas». Giusto, tutto è vanità, compresa la fondazione di un nuovo partito.
Che poi, comunque, con un ispiratore antiretorico come lui, quanti voti potrebbe prendere?