Arlt, l'anarchico che mise ko salotti letterari e conformisti

Il suo realismo non ammetteva magia: per questo lo scrittore argentino di origini italiane è rimasto ai margini. Ma per Borges era un grande...

Roberto Arlt, padre prussiano e madre triestina, nel suo paese, l'Argentina, è una figura leggendaria. Da alcuni (César Aira) è considerato il più grande romanziere del suo Paese. Per altri (Ricardo Piglia) è addirittura «l'unico scrittore veramente moderno che la letteratura argentina del XX secolo abbia prodotto». Julio Cortázar fu altrettanto esplicito: «Laddove Borges suscita in noi ammirazione, Arlt risveglia un amore quasi viscerale». E Juan Carlos Onetti, tra i maggiori narratori uruguayani del secolo scorso, si spinse a definirlo un genio. In Italia però la fortuna di Arlt ha conosciuto vicende alterne e la sua variegata produzione (romanzi, racconti, pièce teatrali, articoli giornalistici) non ha mai ricevuto l'attenzione che merita. Le ragioni vanno ricercate, secondo Raul Schenardi (curatore di alcune edizioni italiane dei suoi libri), nella sua «estraneità al canone ufficiale argentino, rappresentato nella seconda metà del Novecento da Borges e Cortázar - per non parlare della sua distanza dal realismo magico - e nelle sue posizioni politiche venate di individualismo anarchico, che non lo hanno reso particolarmente appetibile per una editoria di sinistra piuttosto ortodossa».

Nato nel 1900 e morto nel 1942, Arlt ha condotto un'esistenza randagia, scappando di casa a sedici anni e piegandosi a svolgere mille mestieri (meccanico, imbianchino, portuale, commesso di libreria) pur di assecondare la sua vocazione letteraria. Si vantava di aver venduto il suo primo racconto a otto anni, per cinque pesos. Eppure a scuola veniva dileggiato dai compagni per la sua parlata cocoliche (lo spagnolo maccheronico degli immigrati italiani) e ripreso dagli insegnanti per i suoi madornali errori ortografici. Perfino dopo aver raggiunto una certa fama come scrittore, dovette difendersi dagli attacchi della critica. «Dicono, di me, che scrivo male» dichiarava in tono di sfida nella premessa a I lanciafiamme (pubblicato nel 1931), romanzo che conclude il percorso iniziato con I sette pazzi (1929) e riproposto di recente da Sur, nella traduzione di Luigi Pellisari. «Può darsi» ribatteva. «Per mettersi a lavorare di fino c'è bisogno di comodità, di vitalizi, di dolci ozi. Ma, in genere, la gente che gode di questi vantaggi fa sempre in modo di evitarsi i fastidi della letteratura. Oppure li affronta come ottimo sistema per spiccare nei salotti della buona società». Malgrado ciò Arlt, già col suo primo romanzo, Il giocattolo rabbioso , pubblicato nel 1926 e ammirato da Borges, dà vita a uno stile narrativo unico, connotato da una ricchezza lessicale prodigiosa e un umorismo nero, corrosivo. È tra i primi a usare in letteratura il lunfardo , il gergo della malavita e dei bassifondi, in cui lo spagnolo si frantuma nelle varie parlate degli immigrati. E per la sua scrittura febbricitante, nonché per i temi trattati e i mille rivoli psicologici dei suoi personaggi, è stato spesso accostato a Kafka e Dostoevskij. Una scrittura torrenziale e incandescente, la sua, «guadagnata con sudore d'inchiostro e stridore di denti», come osservava egli stesso. «Ho sempre scritto in redazioni di giornali, rumorosissime, sempre perseguitato dall'obbligo di consegnare la mia rubrica quotidiana». Difatti, per sbarcare il lunario Arlt collabora fin dal 1916 con diverse testate, guadagnando notorietà, tra il 1928 e il 1933, grazie a una rubrica settimanale da lui tenuta sul quotidiano El Mundo , capace d'impennare le vendite. Compone pezzi di colore, schizzi di vita quotidiana, reportage di viaggi (in Brasile, in Spagna, in nord Africa), riflessioni sulla lingua e sull'esistenza, eccentriche analisi sulla situazione politica del suo tempo. Pezzi, in verità, più letterari che giornalistici. Celebri i suoi ritratti dei bassifondi di Buenos Aires, affollati di prostitute, delinquenti, mendicanti, reietti che si muovono nella miseria più nera, facendo i conti con il bruciante demone della follia. Ritratti e bozzetti raccolti successivamente in volume e pubblicati da poco in Italia da Del Vecchio Editore con il titolo Acqueforti di Buenos Aires , per la traduzione di Marino Magliani e Alberto Prunetti.

A chi lo accusava di suscitare scandalo per la brutalità delle sue storie, rispondeva che il futuro appartiene a quelli come lui, febbrilmente dediti al lavoro piuttosto che al brusio da salotto, capaci di scrivere libri che racchiudano «la violenza di un gancio alla mandibola». Oltre ai romanzi (a quelli citati in precedenza, si aggiunge L'amore stregone ), Arlt produsse circa una settantina di racconti (alcuni dei quali d'impianto fantastico, come Un viaggio terribile , Edizioni Arcoiris), usciti perlopiù su riviste e solo in parte raccolti nei volumi El Jorobadito e El criador de Gorilas ; e oggi selettivamente radunati nel volume Scrittore fallito , edito da Sur. Negli ultimi anni della sua vita Arlt decise di dedicarsi al teatro, mettendo in scena nel circuito indipendente di Buenos Aires una dozzina di opere teatrali: El fabricante de fantasmas fu però l'unica a conseguire una certa notorietà. Ma il suo capolavoro resta il dittico composto da I sette pazzi e I lanciafiamme , nel quale si racconta del bizzarro piano di conquista del Paese (e ipoteticamente del mondo) da parte di un gruppo di cospiratori improvvisati che intendono finanziare la loro rivoluzione grazie alla gestione di una catena di bordelli. Un folle disegno volto a instaurare un regime che non sia né di destra né di sinistra, pronto all'occorrenza a spostarsi, grazie alla propria liquidità, da un polo all'altro, a seconda di come soffia il vento, e che dovrà reggersi sulla violenza e sulla menzogna sistematica («l'uomo che trovi la menzogna della quale le masse hanno bisogno sarà il re del mondo»); oltreché sul dominio assoluto della tecnologia e della scienza, le uniche forze in grado di controllare e manipolare ogni aspetto dell'esistenza. Un autore cult ancora tutto da scoprire in Italia, dove tuttavia annovera già non pochi ammiratori, forse gli stessi che adorano Roberto Bolaño.