Addio a Leonard il re del thriller che freddò la noia

Maestro nel creare suspense e nei dialoghi, i suoi libri erano già sceneggiature perfette per il cinema

Il regista Quentin Tarantino ha sempre sostenuto che Elmore Leonard non sbagliava mai un colpo. E ancora oggi a leggere i dialoghi fulminanti dello scrittore di noir americano, scomparso a Detroit all'età di 87 anni, non si può che dare ragione al regista di Pulp Fiction. Con le parole Leonard aveva imparato praticamente a misurare tutta la sua vita come se fossero le ultime cartucce che ogni volta doveva inserire nel caricatore.

Aveva imparato a non sprecarle fin da quando ragazzo aveva improvvisato in classe per i suoi compagni un'incredibile versione di Niente di nuovo sul fronte Occidentale, sdraiandosi sopra ai banchi che fungevano da trincee. Leonard sosteneva che era stato in quel momento che si era giocato davvero il tutto per tutto, riuscendo a simulare in maniera credibile la situazione della quotidianità della guerra, molti anni prima di quel 1943 in cui decise di arruolarsi in Marina ed andare combattere nel Pacifico.

Le ossa, letterariamente parlando, Elmore Leonard se le era poi fatte dopo l'Università, a partire dal 1951, anno in cui era riuscito a far pubblicare su rivista il suo racconto western La pista apache. Proprio la narrativa di Frontiera gli avrebbe dato molte soddisfazioni permettendogli di scrivere per oltre una decina d'anni su riviste come Argosy, Dime Western Magazine, Western story Magazine, Zane Grey's Western. La sua attività era particolarmente frenetica visto che era costretto a congegnare i suoi racconti alzandosi alle cinque.

Il suo lavoro di scrittore pulp doveva tassativamente essere concluso prima di vestire quelli di pubblicitario. Leonard sosteneva che quelle erano «le storie della sua pausa caffè». Doveva scriverle in maniera veloce ed efficace prima di andare in agenzia dove come un travet improvvisava slogan e studiava campagne pubblicitarie. Alcune di quei racconti western si possono rileggere nel volume Tutti i racconti western (Einaudi) e ci mostrano un'immaginario davvero singolare animato da guerrieri apaches, scout dell'esercito americano, vicesceriffi, ladri di bestiame. Si tratta di storie realistiche e ben documentate, in cui puntualmente la morte cavalca fianco a fianco dei protagonisti e che sarebbero state poi perfette per essere trasposte al cinema in film come I tre banditi, Quel treno per Yuma, Io sono Valdez e Hombre.

Leonard non improvvisava mai nessuna delle sequenze da lui raccontate. È per questo che nei suoi western non ci sono i classici duelli hollywoodiani: «questa idea del confronto fra l'eroe e la sua nemesi - spiegava Elmore Leonard - che si risolve sempre con una gara di tiro alla pistola non mi ha mai convinto. E dubito che nella storia del West siano mai successi eventi del genere. In realtà le cronache del periodo ci testimoniano situazioni molto diverse in cui spesso tizi assetati di vendetta entravano nei saloon e sparavano ai loro avversari alle spalle... C'era ben poco di coreografico in quei duelli». Dopo una decina d'anni di quella routine Elmore Leonard fu però costretto ad abbandonare quel tipo di narrativa per passare al noir: «Verso la fine degli anni '50 c'erano circa una trentina di serie televisive western che cominciarono letteralmente a spopolare. Sono stato così costretto in maniera brusca a interrompere la mia produzione western perché le riviste pulp avevano cominciato ad avere serie difficoltà editoriali... Passando al noir ho dovuto misurami con la contemporaneità. E visto che non amavo l'idea di scrivere l'ennesima storia con un investigatore privato e non volevo nemmeno seguire certi schemi seriali ho preferito esplorare il lato oscuro, quello della criminalità permettendomi ogni volta di cambiare ambientazione e passando così da Detroit ad Atlantic City, da New Orleans a Las Vegas».

Leonard ha così firmato veri e propri classici della letteratura noir poliziesca americana come Lo sconosciuto n. 89, Il grande salto, Casino, Dissolvenza in nero, Get Shorty, Jackie Brown, Out Of Sight, Freaky Deaky, Hot Kid (titoli tutti disponibili nel catalogo Einaudi).

La voglia di continuare a reinventarsi letterariamente non ha mai spento la creatività dello scrittore originario di New Orleans che ha continuato ad essere attivissimo nel tempo. Tanto che, se con Gibuti del 2010 Leonard si era permesso di affrontare in maniera singolare il tema della pirateria somala, con il suo ultimo romanzo intitolato Raylan del 2012 aveva dato spunto al serial televisivo Justified raccontando le vicende dell'agente federale Raylan Givens costretto a misurarsi nel Kentucky dei giorni nostri con una terribile gang di trafficanti di organi.

Per tutta la sua esistenza Elmore Leonard è stato consapevole di quale fosse il suo vero compito di narratore e quando, nel 2010, il Guardian gli chiese di stilare le sue personali 10 regole di scrittura, decise di scriverle di getto, elencando solo quelle che aveva davvero rispettato nella sua carriera a partire da questa: «Mai iniziare un libro parlando del tempo. Se è solo per creare atmosfera, e non una reazione del personaggio alle condizioni climatiche, non andrai molto lontano». Annoiare il lettore, Leonard lo sapeva benissimo è il peggior delitto che un noirista possa mai compiere.