Agostino Bonalumi il maestro visionario della tela "in 3D"

Con i compagni di strada Fontana, Castellani e Manzoni ha rivoluzionato l'arte contemporanea

«Se l'arte dice l'indicibile, io sto parlando del luogo dove è detto l'indicibile, che tale rimane». Fu questo uno degli assiomi lapidari con cui Agostino Bonalumi, uno dei maggiori astrattisti del Novecento, osò definire la sua «rivoluzione».
Scomparso ieri all'età di 78 anni, il maestro dell'«arte oggettuale» tanto amato da Gillo Dorfles se ne va proprio nel momento in cui le sue tele estroflesse hanno raggiunto stabilmente l'olimpo del grande mercato internazionale, quello impermeabile alle crisi. Sulle orme, per intenderci, dei compagni di strada Lucio Fontana, Enrico Castellani e Piero Manzoni. Un traguardo che l'artista lombardo ha coltivato dagli anni Sessanta con coerenza e dedizione monacale a un'idea dell'arte in cui l'opera è «luogo» prima ancora che oggetto. Di questa sua vocazione irriducibile si era subito accorto alla fine degli anni Cinquanta l'assemblatore anarchico Enrico Baj che lo tenne a bottega quando, poco più che ventenne, era ben deciso ad abbandonare gli studi tecnici per diventare... pittore. In quelli anni Milano era un crogiuolo di idee e personalità destinate a fare la storia, e soprattutto a chiudere col passato.
«Tu e Manzoni siete due rivoluzionari», diceva sornione Baj osservando il sodalizio che, sulla scia delle provocazioni di Fontana, intendeva mettere la parola fine alla stagione della pittura informale in nome di una concezione dell'arte che ponesse al primo posto un inedito rapporto tra spazio, luce e forma. «Vi è una corrente dell'arte europea contemporanea che è sicuramente una delle più rilevanti, delle più consapevoli e precise - sentenziò in uno dei suoi scritti - e questa corrente è nata a Milano ed è conosciuta e riconosciuta tra i valori più autentici dell'arte non solo italiana ma europea d'oggi».
Questa corrente, concretizzatasi nella fondazione della rivista Azimuth che diede nome al gruppo dei «tre del colore» (come vennero apostrofati Bonalumi, Castellani e Manzoni), aveva come stella polare il superamento della pittura basato «su un nuovo patto con il progresso sociale». La rivoluzione iniziò attraverso la pittura monocroma e l'utilizzo di supporti che trasformarono la tela in un'esperienza tridimensionale e mutabile con la luce. Mentre Manzoni scelse come materiali prediletti il cotone e il caolino per dare vita ai suoi «Achromes», Bonalumi e Castellani iniziarono un lungo e appassionante viaggio nelle infinite possibilità spaziali fornite dall'estroflessione del quadro, mediante l'utilizzo di chiodi e centine o di sagome di legno e metalli inserite dietro la tela. A consacrare il gruppo fu una mostra alla galleria Pater di Milano a cui ne seguirono altre a Roma, Milano e Losanna. Agli occhi del pubblico si offrì l'esperienza di un'arte «tattile» in bilico tra pittura e scultura che, inedita in Europa, dialogava con percorsi similari negli Stati Uniti, quello delle «shaped canvas». Il giovane critico e pittore Gillo Dorfles fu l'appassionato compagno di viaggio di quel gruppo nei primi anni Sessanta (ne faceva parte anche Paolo Scheggi) e il primo a definire ciò che stava accadendo a Milano come «Pittura oggettuale», ovvero il «versante oggettuale del Neoconcretismo».
Inguaribile dandy, sempre impeccabile nelle sue giacche di taglio inglese, Bonalumi perseguì con successo nei seguenti decenni la sua religione di un'arte «indicibile» che definisce, per usare un'espressione del maestro Fontana, «la dimensione cosmica della realtà». Con la differenza che se Fontana tagliava la tela per liberare l'arte e farla volteggiare nello spazio, Bonalumi la spingeva verso l'alto, verso l'infinito.
Nella lunga carriera, l'artista di Vimercate ebbe il privilegio di esporre in una sala personale alla Biennale di Venezia del 1970, prendendovi parte anche negli anni 1966 e 1986. Tra le numerose esposizioni, la personale presso il Palazzo Te di Mantova nel 1980 e nel 2002, l'«Opera ambiente» allestita al Museo Guggenheim di Venezia, oltre alle partecipazioni alla Biennale di San Paolo del Brasile (1966), alla Biennale di Parigi (1968) e al Museum of Art di Fort Lauderdale (Florida) nel 1981. Poi, laddove l'arte era indicibile, c'erano i suoi versi, quelli pubblicati nei sei libri di poesia scritti tra il 2000 e il 2010.