Amélie Nothomb scrive bene ma beve meglio

Di Amélie Nothomb si possono pensare diverse cose. Tipo che sforni kleenex narrativi usa e getta, al ritmo di uno ogni sei mesi (neppure gli editori le stanno dietro, ha i cassetti pieni di inediti). Oppure che è andata da Daria Bignardi e tutto ciò che piace alla Bignardi sono minestrine per radical chic, mai vista entusiasmarsi per un vero scrittore. In realtà Amélie è una maestra artigiana delle cento pagine, e ha un talento tutto suo. È nata in Giappone e tuttavia non ha la leziosità descrittiva dei giapponesi.

In teoria non è difficile essere la Nothomb, in pratica ci riesce solo lei, è inimitabile, basta confrontarla con i narratori italiani, basta leggere un suo libro e vedere i candidati allo Strega, con un centesimo delle sue idee un autore nostrano ci imposterebbe una carriera. Dove la Ferrante o la Lagioia ti frantumano i genitali della pazienza con lagne sociali, generazionali, femministe e sentimentali, lei è leggera e però mai superficiale.

Nel suo ultimo libro, Petronille , pubblicato in Italia immancabilmente da Voland, la voce narrante è la stessa Nothomb. È il racconto di un fatale incontro con una lettrice, un maschiaccio dall'aria vagamente lesbo che dimostra sedici anni, che diventa la migliore amica di Amélie, e soprattutto una compagna di bevute (anzi una «convigna», in quanto l'etimologia di compagno deriva dalla condivisione del pane). Strepitoso l'incontro con una scorbutica Vivienne Westwood (presumibilmente reale), che mentre si fa intervistare da Amélie la maltratta facendole portare a fare i bisognini il suo cagnolino.

È anche uno spudorato trattato per aspiranti alcolisti sofisticati, nel senso che Amélie beve solo costosissimi champagne. Ci si fa una cultura al riguardo, viene voglia di uscire e andare a spendere una fortuna per prendersi una bottiglia di Louis Roederer Cristal o di Armand de Brignac e scolarsela tutta ghiacciata.

Nessun moralismo salutista, nessuna predica sociale, e attenzione, si beve sempre a stomaco vuoto, perché «niente mette più tristezza delle persone che, al momento di assaggiare un gran vino, pretendono di “mangiare qualcosina”: è un insulto al cibo e ancora di più alla bevanda. “Altrimenti mi dà alla testa” farfugliano, peggiorando la situazione. Vorrei suggerire loro di non guardare le belle ragazze: rischierebbero di restarne affascinati». Ecco, i libri di Amélie non saranno capolavori, piacciono alla Bignardi, ma sono operine di lusso, come flûte di ottimo champagne.