Anche oggi Charles Péguy ci dà Speranza

Il centenario dello scoppio della prima guerra mondiale pare adeguatamente celebrato dai troppi conflitti in corso che sembrano indigesti aperitivi di una terza guerra mondiale (sempre che, come sostengono molti, non abbia già avuto inizio...). Inoltre giunge la minaccia di una nuova pestilenza, portata da quel virus Ebola che probabilmente nessuna frontiera può fermare. Per non parlare della crisi economica inarrestabile, delle imprese che chiudono, della disoccupazione giovanile. Guerra, pestilenza, carestia e morte sono proprio i quattro cavalieri dell'Apocalisse, i tempi paiono dunque apocalittici.

C'è ancora spazio per la fiducia in un futuro migliore per i nostri figli? Un invito alla speranza viene dalla voce di Charles Péguy, che proprio cent'anni fa, nel settembre del 1914, moriva neanche quarantenne in guerra (fu tra i primi caduti nella battaglia della Marna). Prima convinto militante socialista, si era convertito al cristianesimo. Con la conversione era però cominciato il periodo nero della sua vita: i vecchi compagni non lo riconoscevano più e lo avevano abbandonato, le gerarchie cattoliche non si fidavano della sua indipendenza di pensiero e lo accettavano di malavoglia fra i nuovi fedeli, litigi erano sorti con la moglie e l'innamoramento per un'altra donna non veniva corrisposto. Né mancavano difficoltà economiche. Da quell'abisso di disperazione, Péguy partorì invece un grandioso inno alla speranza, al futuro incarnato soprattutto nei bambini. Era Il portico del mistero della seconda virtù (Edizioni Medusa, pagg. 160, euro 15, traduzione di Giuliano Vigini, in libreria a settembre), un lungo monologo inserito nel ciclo dei «misteri» che evocavano la figura di Giovanna d'Arco riallacciandosi alla tradizione medioevale del teatro popolare a sfondo religioso.

Nella postfazione del volume, inedita per il pubblico italiano, il saggista «cristiano e socialista libertario» Jean Bastaire, morto un anno fa, insiste sulla «cura radicale all'anemia dell'essere», alla perdita di coraggio e di speranza, che troviamo in quest'opera. Il monologo è messo in bocca a Madame Gervaise, una pia donna amica di Giovanna d'Arco bambina. E bambina vede appunto la speranza. Ha dell'incredibile, la speranza. Sorprende addirittura Dio «che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio». Fra le tre virtù teologali, la speranza è «la più difficile», più gradita, quindi, al cielo. Pare facile aver fede, basta godere e contemplare la bellezza della creazione. Nemmeno è difficile esercitare la carità, a meno che non si abbia un cuore di pietra. Ma coltivare la speranza ci chiede di guardar oltre l'oggi scoraggiante. Perché se «la fede non vede che ciò che è», la speranza è quella che spinge l'uomo, un boscaiolo nel monologo di Madame Gervaise, a lavorare duramente anche in una fredda giornata invernale per la sopravvivenza delle generazioni future. Allora la speranza è bambina, si incarna nei bambini e l'umanità «lavora sempre e solo per i bambini».

Potranno scoppiare altre devastanti guerre, come quella in cui trovò la morte lo stesso Péguy, o diffondersi nuovi morbi letali, o allargarsi le sacche di povertà e miseria nel bel mezzo dell'abbondanza occidentale. Potrà succedere di tutto, ma noi non dovremo mai permetterci di cedere alla disperazione. Ciò valga per i credenti e per gli atei, dato che la speranza è una virtù, ovvero una forza, declinabile anche in un futuro che riguardi solo questa terra. Un futuro per i nostri bambini che con la loro sola esistenza ci chiedono di tirarci su le maniche e di affrontare un nuovo giorno.