Andò nel pallone per la bella reporter

A sessantuno anni Jules Verne aveva già vissuto tante vite, finte, e forse perciò più vere, negli abissi del mare, della terra o del cielo. Tuttavia ne ritrovò un’altra, obliata nel cassetto dov’era il ben strano manoscritto Paris au XX siècle. Lo aveva concluso nel 1863, venticinquenne, dopo Cinq semaines en ballon e Les Anglais au Pole Nord, inviandolo subito al suo editore Hetzel. Rigirò tra le mani, indugiando la lettera di risposta di costui. Ne disvolse la carta ingiallita, rilesse: «Sono desolato di quanto devo scriverle... consideri un disastro per il suo nome la pubblicazione di quest’opera. Farebbe pensare che Cinq semaines en ballon sia stato solo un colpo fortunato. Lei non è maturo per questo libro; lo rifaccia tra vent’anni...».
Di anni ne erano passati più di venti, ma come non convenirne? Il consiglio di Hetzel era stato perfetto. Quel suo scritto descriveva una Parigi di cinque milioni di abitanti; ferrovie e viadotti; immane ragnatela di fili elettrici e pubblicità a lettere di fuoco; uffici con telegrafia fotografica. Non gli piaceva, e perciò, capì, non poteva piacere neppure ai lettori. Rilesse una frase del protagonista, Jacques: «Questo mondo non è altro che un mercato, un’immensa fiera». Insomma aveva previsto e biasimato un mondo di fretta economica, nel quale il desiderio di viaggiare, arricchirsi uccideva i sentimenti. La ricerca di avere meno figli vi regnava generale; il matrimonio era evoluto a eroica inutilità, la fretta aveva rovinato le donne. Ma non volle ripensarci. Lo rinfilò nel cassetto, e andò alla stazione.
Nel 1889 un uomo sessantunenne aveva ancora il privilegio di poter apparire vecchio, e quindi reso solenne dai capelli color neve. Inoltre Verne, più alto del suo metro e settanta, emanava quiete. Una barba bianca gli contornava la bocca, e nuvole di aria respirata contornavano il mazzolino di fiori ch’egli reggeva goffamente in una mano. Arrivò sotto le volte della stazione di Amiens e attese. Trepido, come i vecchi che s’emozionano non meno dei bambini, neppure badava alla moglie che pareva più vecchia di lui, ma aveva una pelle di quelle mai esposte al sole, tenera e infantile. La vista del locomotore precedette il gran cigolio sferragliante del treno da cui tra i viaggiatori spiccava una ragazza piuttosto ben formata, ma con un cappellino che un’europea mai avrebbe osato mettersi sulla testa. Eppure quell’anglofono esotismo, il vestito verde a scacchi, il naso all’insù la rendevano come Verne se l’era già immaginata.
Lei, che si chiamava Nellie Bly ed era giornalista americana, scendendo era preoccupata che il viaggio non la facesse apparire troppo trascurata. Tacquero sorridendosi, nell’imbarazzo di non parlare la lingua dell’altro. Sfilò, comunque incuriosita dai negozi, in carrozza, fino alla casa di Verne dove il cane nero la festeggiò esageratamente, facendola inciampare davanti al celebre scrittore. Entrarono poi nello splendido giardino d’inverno. E la Bly si meravigliò del bel contrasto con cui il colore di tanti fiori esaltava sopracciglia e barba di quel vecchio entusiasta. Impaziente delle domande e risposte che l’interprete, intanto arrivato, doveva tradurre, Verne spiegava: «Io mi sforzo di tenermi al corrente di tutto quello che succede negli Stati Uniti e sono felice delle centinaia di lettere che ogni anno ricevo dagli americani che mi leggono. E non so immaginare nulla di più desiderabile che di visitare l’America tutta, da New York a San Francisco».
Però imbarazzandola gli spiava la caviglia. Elizabeth Cochrane, questo il vero nome dell’americana, era nata in Pennsylvania venticinque anni prima, graziosa con insolenza e pratica per quant’era volitiva, era pronta a tutto. Tanto che un anno prima non aveva temuto di farsi rinchiudere per dieci giorni in un famoso manicomio sull’East River, pur di farne un resoconto per The New York World. Era questo il giornale che Lord Joseph Pulitzer possedeva a New York, in concorrenza perpetua con gli altri quotidiani. E per stupire ancor di più, il 14 novembre del 1889, era apparso in prima pagina un titolo inconsueto: «Il gran sogno di Jules Verne può divenire realtà?». E di seguito la spiegazione: «A migliaia avete letto del giro del mondo immaginario che Jules Verne, questo principe dei sognatori, ha fatto fare al suo Phileas Fogg in ottanta giorni. Oggi alle nove e trenta la ben nota Nellie Bly, partirà per un periplo del mondo che durerà meno d’ottanta giorni».
Così dal giorno dopo il The New York Word prese con ritmo a spiegare di treni mancati e poi ripresi e di naufragi evitati per miracolo. Il 22 novembre titolava «Nellie Bly sull’altra costa dell’Atlantico», spiegando: «Visita a Jules Verne in Francia; se ci riesce senza perdere troppo tempo». L’inciso finale, scortese, trascurava, che proprio il giornale della Bly, per calcolo pubblicitario, aveva brigato affinché Verne invitasse ad Amiens la forsennata. Frettolosa, ma lusingata per l’attenzione che ad arte Verne le ostentava, la Bly gli spiegò il suo itinerario: da Amiens a prendere la nave che da Calais la porterà a Brindisi, quindi l’imbarco per Porto Said, Ismailia, Suez, Aden, Colombo, Penang, Singapore, Hong Kong, Yokohama, San Francisco, New York. Quando Verne, deluso, le domandò perché non passasse per Bombay come il suo eroe Phileas Fogg, rispose: «Ho più voglia di guadagnare dei giorni che di salvare una giovane vedova». «Ma forse», le replicò Verne, «salverete un giovane vedovo prima del vostro ritorno».
L’americana sorrise ostentando disinteresse. Quindi visitò la stanza dove Verne scriveva. Era stretta, appena illuminata da una finestrella, disadorna: sulla scrivania, in bell’ordine, giacevano vari manoscritti che lui le mostrò. Ella s’accorse che v’erano molte cancellature, ma neanche un’aggiunta. A conferma che la più disadorna austerità eccita la fantasia. La Bly persino riuscì malgrado e contro tutti a prendere il treno italiano che ovviamente ritardò, fino a Brindisi. E il 26 gennaio 1890, tutta la prima pagina era solo per lei. «Record battuto, migliaia urlano a New York fino a perdere la voce per accogliere Nellie Bly, che ritorna in settantadue giorni, sei ore, undici minuti dal giro del mondo, la nazione tutta raggia entusiasta fervore». Un altro titolo segnalava le felicitazioni di Verne. Al corrispondente di The New York World a Parigi, la quieta Honorine, moglie del maestro, si disse a sua volta felicissima del successo della Bly: «Non fosse perché adesso mio marito si calmerà». Dal giorno di quella visita Verne aveva trascorso il tempo a infilare spilli sulle carte geografiche. E confidò che volentieri, fosse stato giovane, avrebbe accompagnato la Bly. Fu allora che l’anziana signora Verne s’indispettì e mormorò noiosa: «Cela ne m’aurait pas plu du tout».
(7. Continua)