Ashley Kahn: "Da Miles Davis a Britney Spears Tutta la musica della mia vita"

Esce il libro del produttore, manager e scrittore da premio Grammy, Ashley Kahn: "Keith Jarrett? Come un personaggio di Borges. Nina Simone e Billie Holiday commoventi ed eroiche"

Cercare la musica, come non smette mai di ricordarci Ashley Kahn. E oggi, grazie a un progetto inedito concepito dal suo editore italiano, Kahn ha messo a disposizione dei lettori italiani il meglio della sua lunghissima attività nel mondo del giornalismo. Il rumore dell'anima (Il Saggiatore, pagg. 548, euro 35) è, di fatto, la summa di una gloriosa carriera culminata con il premio Grammy guadagnato nel 2015 per le note di copertina del Cd Offering: live at Temple university, un'incisione dal vivo dell'ultimo John Coltrane. Kahn, prima ancora di diventare scrittore a tempo pieno, ha per anni svolto il ruolo di tour manager per diversi musicisti di fama internazionale, sviluppando una conoscenza del mondo della musica che pochi possono vantare. Dunque, non c'è solo jazz nel libro. Kahn è positivamente onnivoro nei suoi gusti musicali. Ci sono tanto soul e tanto rock, quindi. Con aneddoti interessanti, ma soprattutto un'analisi sociale della musica.
Il suo libro si apre con questa frase: «La musica è una vocazione». Che cosa intende dire?
«Lo chieda a qualsiasi musicista o a qualsiasi altra figura professionale nel mondo della musica. Negli anni dell'adolescenza c'è quasi sempre un momento in cui, d'un tratto, ti risulta importante sapere chi suona una particolare canzone, chi sono i membri di una certa band, quale vicenda ha caratterizzato un determinato gruppo e perché mai dovrebbero interessarti James Brown o Fela Kuti o, magari, gli Earth Wind and Fire. Quando succede, non si tratta di una decisione consapevole. È la musica che ti parla e che tocca corde particolari dentro di te e ti dice: Seguimi, lascia che ti spieghi cos'altro possono fare questi suoni».
Tuesday's just as bad è il titolo della seconda parte del suo libro. È il sottotitolo del blues Stormy monday. Perché il blues è così attuale da spingere una band come i Rolling Stones a coronare una carriera con un album di blues?
«Il primo disco americano degli Stones sulla copertina recava la scritta I nuovi hit-maker inglesi. Quel disco, in effetti, andò benissimo. Trovo splendida la decisione degli Stones di realizzare un disco di blues, di tornare alle loro radici, le stesse radici di buona parte dei gruppi rock degli anni Cinquanta e Sessanta. Quando apparve il punk, il blues si meritò l'appellativo di vera radice primaria, forse unica, del rock. Clash, Sex Pistols e Ramones lo sapevano suonare: spoglia l'energia primordiale del rock, riportala alle radici e ricostruiscila. Non c'è nulla di paragonabile alla forza del blues, alla sua autenticità e onestà, alla passione profonda che un blues lento di B. B. King o Ray Charles o Albert King o Stevie Ray Vaughan sa creare. Quando è suonato nel modo giusto, soddisfa quanto il sesso».
Il jazz è un prodotto del blues?
«Non si possono fare distinzioni così nette perché tanti stili musicali sono nati e si sono sviluppati allo stesso tempo, insieme o separatamente. La musica è simile a un grosso fiume con tanti affluenti e subaffluenti che si intrecciano, che creano anse e poi riprendono a scorrere con un andamento più lineare. Se due stili di musica si avvicinano, è inevitabile che si influenzino e plasmino a vicenda. La musica è in costante trasformazione, si adatta, guarda al passato e al futuro. Non esiste alcun genere musicale puro».
Perché il disco Kind of blue di Miles Davis ha avuto l'enorme successo che ha tuttora?
«Accessibilità: la musica che contiene è delicata e malinconica, misteriosa e invitante, mai dura o sfrontata. Allo stesso tempo ha idee profonde, ricche di quelle sfaccettature individuali fornite dalla squadra di musicisti talentuosi che l'hanno incisa. Ciascuno di quei musicisti avrebbe percorso una carriera solista, creando altri stili e altri generi: Miles Davis in primis, naturalmente, ma anche John Coltrane, Bill Evans e Cannonball Adderley. Pertanto, se per successo si intende qualcosa di popolare per il pubblico di massa e utile per generazioni di musicisti, Kind of blue non ha praticamente eguali».
Le note di copertina del Cd di Offering: live at Temple university di John Coltrane le sono valse un premio Grammy. Ci racconta come ha trovato quelle incisioni?
«Non ho trovato io i nastri. In giro per il mondo c'è sempre qualche collezionista folle alla ricerca di tesori musicali di cui nessuno è al corrente, tesori che raccolgono polvere in un solaio o in una cantina. Ora che ci penso, fino a qualche anno fa esisteva una sola copia di quella registrazione e ora, invece, ve ne sono migliaia in tutto il mondo. Pertanto, in un futuro lontano, se un archeologo vorrà capire come mai Coltrane o Miles ci abbiano ispirato tanto, avrà maggiori probabilità di imbattersi nelle registrazioni di quel concerto».
Com'è che John Coltrane e Thelonious Monk, due giganti del jazz, si incontrarono?
«Due architetti musicali, uno leggermente più vecchio ed esperto dell'altro: Monk fu maestro e ispirazione per Coltrane, plasmandone il futuro. Un rapporto che fu una specie di terapia per Trane, che stava cercando di tirarsi fuori dalla tossicodipendenza. Nella primavera del 1957 si era ripulito, dopo essere stato cacciato dalla band di Miles Davis, e fu in quell'estate che si unì a Monk. Fu un po' come passare da un insegnante delle superiori a un docente universitario. La conoscenza armonica e ritmica di Monk fecero fare a Trane un salto di qualità. Si può dire che, mentre Miles gli aveva dato un senso di libertà e la sicurezza per abbracciarla, Monk gli insegnò la disciplina per affrontarla. L'esempio migliore della loro collaborazione resta un concerto speciale tenuto alla Carnegie Hall nel novembre del 1957 e pubblicato dalla Blue Note nel 2005».
Nel suo libro di donne formidabili ce ne sono parecchie. Una sopra tutte, Nina Simone, la quale non ha mai temuto di dire la sua...
«Mi intriga sempre una grande figura musicale a tutto tondo. Impossibile, per esempio, distinguere la spiritualità di Coltrane, tanto quanto di Carlos Santana o Wayne Shorter, dalla loro musica. Allo stesso modo, non si può separare l'attivismo politico di Nina dalle sue canzoni ed esibizioni. Nina è stata una donna afroamericana in un periodo in cui le donne e gli afroamericani erano discriminati pesantemente, anche se la situazione non è del tutto cambiata. La considero una pianista-cantante dalle idee musicali originalissime, una donna che ha trovato il modo per tenere fede a quella visione e a un forte senso di appartenenza al suo attivismo. Ascolto la sua musica e penso a come la musica e il messaggio che essa ha in sé si alimentino a vicenda. E pure al fatto che, purtroppo, quel messaggio sia tuttora rilevante».
Billie Holiday è un'altra figura femminile straordinaria. Strange Fruit, forse la canzone a cui resta più intimamente legata, non ebbe vita facile. Come venne incisa?
«Milt Gabler è l'uomo che le offrì di inciderla per una delle prime etichette discografiche indipendenti d'America, quando la compagnia discografica di Billie Holiday, la Columbia o Cbs, si rifiutò di incidere il brano, un manifesto contro il linciaggio. La Columbia temeva di irritare i distributori e i negozianti del Sud degli Stati Uniti che, magari, erano ancora favorevoli a quella pratica barbara. All'inizio, Gabler era soltanto il titolare di un negozio di dischi, una persona che amava la musica, che amava i musicisti e che amava Billie. In seguito divenne capo della filiale americana della Decca, una grande casa discografica, per conto della quale produsse dischi storici. E, tra l'altro, era lo zio dell'attore Billy Crystal».
Intervistare Keith Jarrett non dev'essere stato facile...
«Mi sono preparato mostrando un rispetto assoluto per lui e la sua musica. E mi sono lavato i denti e ho messo una camicia elegante, prima di andare a casa sua. È stato dopo averlo incontrato che ho iniziato a capirlo. Dopo avere sentito i suoi album da solo per l'Ecm e le incisioni del suo quartetto degli anni Settanta pensavo che fosse una specie di hippie con tanto di sandali. Prima di incontrarlo sapevo di dovergli fare le mie domande in maniera accorta ed ero molto nervoso ma, una volta nel suo ufficio, ci siamo messi a parlare come due vecchi amici appassionati di musica e un'ora e mezzo è trascorsa senza che ce ne accorgessimo. Jarrett è famoso per non volere gente che scatta foto ai suoi concerti, nemmeno con il cellulare, ma lui è così anche nella vita: non ha filtri e assorbe in quel modo il mondo circostante. È questo che gli consente di rendere così lucide le improvvisazioni della sua musica. Potrebbe essere un personaggio di una storia di Jorge Luis Borges, uno che tiene spalancate le porte della sua anima e che, pertanto, deve stare attento a che cosa lascia passare. Inoltre, ha un grande senso dell'umorismo».
Per qualche anno, lei è stato il tour manager del gruppo africano Ladysmith Black Mambazo...
«È stato un periodo straordinario perché, mentre eravamo in tournée, in Sudafrica vigeva ancora il sistema dell'apartheid e Nelson Mandela era ancora in carcere. Però, proprio in quegli anni - tra il 1987 e il 1993 - l'apartheid venne smantellato, le leggi cambiarono e finalmente Mandela fu scarcerato e poi divenne primo ministro del Paese che lo aveva definito criminale! Nel 1991, con il crollo del muro di Berlino e la disgregazione dell'Unione sovietica, il mondo sembrò vivere una fase di speranza e luminosità. Mi piacerebbe potere tornare a quelle sensazioni, perché ogni momento può essere effimero e prezioso».
Le piace il rock?
«Ne ho scritto spesso. Nel libro, per esempio, c'è un lungo capitolo dedicato alla controversia legale che vide John Lennon difendersi in tribunale dalle accuse di plagio mossegli da un produttore con cui finì per stipulare un accordo extragiudiziale che non resse. Lennon in quei giorni era in gravissima difficoltà personale, cacciato di casa dalla moglie Yoko Ono e alle prese con il suo alcolismo e l'incapacità di portare a termine un progetto discografico nato sotto auspici pessimi: il disco Rock'n'roll, inizialmente con la produzione di Phil Spector, un soggetto da prendere con le molle. Una sera echeggiò uno sparo. Spector, nel corso di un confronto aspro con l'ex addetto alla sicurezza dei Beatles, Mal Evans, aveva estratto un revolver... e aveva sparato al soffitto. La risposta di John Lennon è in linea con quanto ci si potrebbe aspettare dalla verve del genio di Liverpool: Sta' a sentire, Phil... se intendi ammazzarmi, ammazzami, ma non guastarmi l'udito: ne ho bisogno. Inutile dire che Phil Spector alla fine fu invitato, dietro lauto compenso, ad andarsene».
Tra le tante cose che ha fatto, ha pure aiutato Carlos Santana a «scrivere» la sua autobiografia, Suono universale. Che esperienza è stata?
«Sono stati due anni troppo intensi e ricchi per riassumerli. Ma due cose mi sento di dirle: a Carlos piacciono molte delle cose che piacciono a tante persone - un buon ristorante, una bella macchina, eccetera - eppure è una persona molto umile e generosa. Non dice mai di no quando c'è da fare una fotografia insieme a qualche fan o quando c'è da ascoltare le loro storie. Ci è capitato diverse volte di farci una passeggiata a Manhattan e quelle passeggiate finivano per durare tanto. L'altra cosa che mi va di dire è che io ero uno dei quindici giornalisti a cui aveva pensato. Quando venne il momento di incontrarlo di persona, a Las Vegas, mi presentai con un taccuino e una penna, pronto ad annotarmi qualsiasi cosa mi avesse detto. Volevo che capisse realmente che ero pronto a iniziare. A quanto sembra, nessuno degli altri giornalisti lo fece».
Quando faceva il tour manager per Britney Spears, una delle sue mansioni principali era fare in modo che lei non si facesse vedere in pubblico a bere Coca Cola quando era una testimonial della Pepsi o viceversa. Queste cose erano la norma?
«Diciamo solo che, nel mondo del pop, quando una grande azienda investe milioni di dollari per sponsorizzare una tournée, un dettaglio banale come accertarsi che una star non venga vista con la bibita sbagliata in mano diventa importantissimo. Sembra una sciocchezza, nel quadro complessivo della musica. Non mi fraintenda: sono orgoglioso di aver lavorato con Britney. Ho imparato tanto da quell'esperienza e, grazie a essa, oggi apprezzo e comprendo meglio certe cose. C'è tanto da imparare quando si lavora nel backstage e in aereo, sull'autobus o in una stanza d'albergo. E il lavoro è lavoro».