Da Assad all'Isis, sul Medio oriente le sue analisi erano "preveggenti"

La conoscenza sul campo era tale che i pezzi geopolitici sembrano profezie

A incontrarlo per la prima volta, corazzato nel suo immancabile panciotto e con la flemma di modi ormai dimenticati, Dan Segre si faceva subito classificare come «uomo d'altri tempi». Ma bastava parlarci un poco, ovviamente del suo argomento d'elezione, il mai sopito caos del Medio Oriente, per capire che quegli «altri tempi» non erano il passato, bensì il futuro. Fin da quando ho iniziato a guidare la redazione Esteri del Giornale , chiamare Dan per discutere di un possibile suo commento o analisi è diventato per me una specie di consulto con un oracolo gentile. Non esagero, e le date dei suoi articoli lo dimostrano.

All'inizio del 2012 lo chiamai per avere un punto di vista sulla crisi siriana. Un anno prima Mubarak aveva dato le dimissioni dalla guida dell'Egitto ed erano passati pochi mesi dalla spietata esecuzione di Gheddafi. L'Occidente stava soffiando sul fuoco della rivolta in Siria e l'appoggio russo non sembrava in grado di evitare il crollo dell'altro eterno raís, Bashar Al-Assad, come tutti i giornali scrivevano, esaltando come al solito il destino luminoso delle Primavere Arabe. Segre non si unì al coro e profetizzò secco: «Assad non è come gli altri, non cadrà». Sono passati due anni abbondanti, e l'uomo forte di Damasco è ancora lì, nonostante le minacce e le linee rosse tracciate da Obama il quale, al contrario, ora è costretto a discutere col leader siriano di come fermare l'Isis.

A proposito: quando si iniziò a parlare della pericolosità dello Stato islamico, feci un'altra chiamata a Dan il quale rammentò una frase di Gertrude Bell, esploratrice e agente britannica in Medio Oriente: «Chi tocca l'Irak chiama tempesta». A metà dello scorso giugno scrisse un articolo in cui spiegava quale enorme problema per l'Occidente si apriva con l'intreccio tra il nuovo caos generato dall'Isis e quello vecchio, ma tornato a ribollire dopo il rapimento di tre ragazzi israeliani, in Palestina. Due mesi dopo la decapitazione di James Foley avrebbe innescato la reazione del mondo che ci ha portato in guerra. E due giorni fa Abu Mazen ha detto che non tratterà più con Israele.

La «preveggenza» di Dan nasceva da una conoscenza sul campo, non solo dottrinaria. Una qualità non comune tra i commentatori che, insieme alla sua umanità, mancherà tanto a noi colleghi. E ai lettori.