In un audiolibro la voce di Borges che «balla» con il tango

«Questa raffica o sortilegio, il tango,/ gli affaticati anni sfida; e l'uomo,/ fatto di polvere e di tempo, dura/ meno della leggera melodia/ che è solo tempo. Il tango crea un confuso/ irreale passato, forse vero,/ un assurdo ricordo d'essere morto,/ battendomi, a un cantone del sobborgo». Sono i versi finali di Il tango, la poesia di Jorge Luis Borges inclusa nella raccolta El otro, el mismo (L'altro, lo stesso) uscita nel 1964. Molti anni prima, nel '30, il Maestro argentino aveva dedicato al tango una sezione della biografia del poeta Evaristo Carriego. Vi risuonava il tango come espressione artistica globale, come filosofia di vita porteña, maledetta e celestiale.
Ma il tango per ogni vero argentino può essere anche cazzeggio, motto di spirito o, come probabilmente direbbe Borges stesso con termine più appropriato, greguería, sorta di aforisma improvvisato e buttato lì, come la gamba affusolata e sensuale di una tanguera. E proprio così ne parlò l'autore dell'Aleph nell'ottobre del '65 a Buenos Aires, durante cinque serate aperte al pubblico sul tema del vecchio quartiere Palermo «feo», cattivo, quello dei «compadritos», gli spacconi, e degli «orilleros», gli abitanti dei sobborghi. Borges elogia Carlos Gardel dicendo che «prese la lettera del tango e la convertì in una breve scena drammatica»; ne contesta l'origine proletaria propendendo per la paternità del ceto più elevato (perché violini, flauti e pianoforti non erano certo strumenti popolari...); e, in due frasi, ne fornisce l'esatta, immodificabile descrizione: «Il tango conferisce a tutti noi un passato immaginario. Studiare il tango significa studiare le vicissitudini dell'anima argentina».
Rimaste nell'oblio, oltre che nella memoria di chi le ascoltò in presa diretta, in quelle sere del '65, le parole di Borges ricomparirono nel 2002, quando lo scrittore spagnolo Bernardo Atxaga ricevette da un amico una cassetta audio che ne conteneva la registrazione. Sia María Kodama, la vedova di Borges, sia il professor Edwin Williamson, docente di Oxford e biografo del Maestro, non ebbero dubbi: sì, era proprio Jorge Luis a danzare sulle punte del proprio talento affabulatorio. Ora Atxaga ha donato il prezioso reperto alla «Casa del Lector», giovane e dinamica istituzione culturale madrilena diretta da César Antonio Molina. Diventerà un audiolibro. La voce di Borges ne uscirà come il canto mormorato di un aedo, di un bardo, di un recitatore di quelle saghe islandesi da lui tanto amate. «Forse - diceva - l'unico modo di fare un'opera d'arte che duri nel tempo è non prenderla troppo sul serio».