Barilli, un'antologia dello humour nero (nel segno del Che)

Sono ambientati in una Cuba terminale, simile al gigantesco retrobottega di un rigattiere, i racconti raccolti sotto il titolo La nascita del Che (Aragno, pagg. 220, euro 13) con cui Davide Barilli perlustra l'isola americana amata dai letterati e dai rivoluzionari. «Improbabile come un pezzo di Unione Sovietica dei tempi della guerra fredda catapultato da una sbronza della Storia in mezzo ai Caraibi», la Cuba di Barilli si presenta al lettore sotto il segno di Borges. Il protagonista del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, cerca attraverso un gioco di azzardate speculazioni librarie di mettere le mani sull'atto di nascita di Che Guevara, ma il fatale cartiglio gli viene rubato, e la biblioteca, in cui accumula tomi su tomi per rimediare alla penosa sottrazione del documento, crolla e quasi lo uccide. Poco più in là, nel racconto Il gallo in bicicletta , un disperato abitante dell'Avana sogna di organizzare un nuovo tipo di lotteria, poi si pente, chiedendosi se «quello che stava facendo non fosse una grande truffa dove a vincere era solo il banquero, il misterioso personaggio che intascava tutti i soldi delle giocate clandestine».

A ben vedere, non basta evocare Borges per inquadrare i racconti di Barilli. Bisogna aggiungere almeno la fosforica costellazione di autori riuniti nell' Antologia dello humour nero di André Breton (1966). Il gallo in bicicletta che, mentre il suo padrone deperisce, «Ingrassa a vista d'occhio trasformandosi in una sorta di enorme pennuto» assomiglia all'aquila del Prometeo di André Gide; con Il maggiordomo di Caruso , poi, racconto erotico-funereo popolato di macchine celibi come quelle di Raymond Roussel, la matrice surrealista emerge pienamente. Dopo un tuffo sfortunato, un ufficiale di carriera sopravvive a stento, inchiodato a letto: «Riesce a deglutire solo cibi liquidi, che sente scivolare come serpi nel suo corpo svuotato e senza freni». L'uomo è accudito dal maggiordomo, il quale spinge la pietà fino a costruire un binario grazie al quale il letto del paralizzato può muoversi e raggiungere una sorta di teatro domestico nel quale, attraverso un gioco di specchi, appaiono figure convenzionalmente perturbanti: l'uomo incappucciato, la donna di gommapiuma, le prostitute dai capelli a spazzola... Il teatro dell'immaginario segue a un tuffo fallimentare: quasi che la prigionia nel sogno sia la conseguenza di un'immersione nella realtà troppo dionisiaca per essere accettata dagli dèi.