Da BB a Ciano e Malaparte Capri è l'isola che non c'è

L'epoca d'oro dei vip sotto i Faraglioni è diventata un mito. E oggi rivive in una rassegna fotografica sul '900 mondano e intellettuale

Un'imbronciata Brigitte Bardot per strada, scalza, all'alba degli anni Sessanta. Un compiaciuto Galeazzo Ciano in spiaggia, giacca bianca su petto nudo, al tramonto degli anni Trenta. Un solitario Curzio Malaparte al ristorante alla metà degli anni Quaranta. E poi Maxim Gorkij a inizio Novecento, Saul Bellow e John Le Carré che il Novecento sta per finire, e in mezzo il lungo, variegato e variopinto corteo di divine e di divini, teste coronate e aristocratici, star del cinema, stilisti, registi, artisti... «Capri. Frammenti di uno stile», la bella mostra che si tiene nelle sale di La Conchiglia, la libreria-casa editrice caprese che ha fatto dei libri su Capri il suo marchio di fabbrica, allinea un centinaio di immagini nel tentativo, consapevolmente vano, di trovare un unico comun denominatore intorno a un fascino insulare di cui tutti lamentano l'armonia perduta e nessuno però smette di cercarla. A poche centinaia di metri, nella splendida cornice della Certosa di San Giacomo, le fotografie di Ferdinando Scianna e Irene Krug raccontano sotto il nome di Mare nostrum lo stesso tentativo: fissare in un'immagine il senso panico di una seduzione atemporale.

Ogni estate, puntualmente, un'alluvione turistica sommerge Capri e altrettanto puntualmente i giornali la registrano allegandovi il rituale lamento di chi non la riconosce più rispetto a ciò che era un tempo, di solito quello della propria giovinezza. Non è un fenomeno nuovo. Gli scopritori dell'isola alla fine dell'Ottocento, vedevano di malocchio la nuova colonia che ne prenderà il posto prima della Grande guerra. La mondanità intellettual-politica degli anni Trenta disprezzerà la fauna intellettual-mondana del decennio successivo e nel 1948 L'imperatore di Capri, con Totò scambiato per il bey di Agapur e preso per un dandy, già ridicolizza chi, per la generazione successiva, diverrà l'emblema di una gioia di vivere divertita nella sua amoralità. I corvi sulle spalle, i leopardi al guinzaglio, le taverne «anema e core» i sandali capresi non sono altro che la stanca declinazione di un'eccentricità che ha già dato: amori saffici e amori efebici, scialli, drappi, tuniche e calzari, tarantelle, scandali e finti sacrifici rituali, dimore come templi votivi.

La prefigurazione di ciò che sarebbe divenuta Capri è tutta in un racconto che H.G. Wells, l'autore di La macchina del tempo, scrisse un secolo fa. A Dream of Armageddon si intitola, e Capri è già «un immenso albergo», «Città del piacere» è il suo nome, e tutti vi accorrono in fuga dalla guerra che intanto è scoppiata. Ci si arriva su macchine volanti, ci sono le scale mobili, ci si illude di sfuggire a una catastrofe epocale... Condannati come siamo all'anticonformismo di massa, dove ogni stranezza è accettata e codificata come un diritto, è la stessa idea di diversità che è andata a farsi benedire. Viene in mente quella bella quartina di Sandro Penna: «Felice chi è diverso/ essendo egli diverso./ Ma guai a chi è diverso/ essendo egli comune». L'Isola dei famosi come Isola dei comuni è in fondo la parafrasi di quell'annotazione di Marx sul fatto che quando la storia si ripete è sempre in forma di farsa.

Gli esteti, gli intellettuali, i vanesi, i gaudenti, i «diversi» e gli indifferenti. I turisti, naturalmente, e naturalmente gli isolani. Un bell'esercito di invasori e/o collaboratori, bisogna ammetterlo, eppure, curiosamente, sulla sterminata produzione letteraria che la riguarda e di cui Francesco Durante ha dato puntualmente conto nel suo Il richiamo azzurro, i libri che vale la pena di leggere non sono più di due o tre: Vento del Sud e Terra delle Sirene di Norman Douglas, Aria di Capri di Edwin Cerio, ma comunque facendosi largo fra molta erudizione, troppe fissazioni, abbastanza retorica. Non c'è per Capri un'Isola d'Arturo come è stato per Procida grazie a Elsa Morante, e il romanzo 1934 di quello che fu suo marito, Alberto Moravia, risulta al confronto avvilente. È come se l'unico linguaggio adatto all'isola fosse quello architettonico: dalla villa Jovis di Tiberio alla villa Lysis di Fersen, a villa San Michele di Munthe, a Villa Malaparte è la pietra a scrivere le pagine più belle, l'incredibile rapporto fra sogno realizzato e natura.

Fersen è uno di quei dandies su cui si appuntano le ironie dei letterati duri e puri. Era un poeta mediocre, un cattivo romanziere, ma ciò che resta della sua utopia pagana, rovine di marmo e di sassi, vale più dei versi e dei romanzi che non riuscì a scrivere, illustrazione perfetta e allucinata di un credo esistenziale. Morì suicida a poco più di quarant'anni, come del resto Norman Douglas, epicurei e insieme stoici.

In un modo o nell'altro, erano tutti nemici del Progresso, in quanto per loro utilità e bellezza non potevano incontrarsi. Diceva Douglas che «il progresso subordina, la civiltà coordina. L'individuo emerge nella civiltà. Nel progresso è sommerso». Con i suoi sentieri aspri, le sue discese ripide, le rocce e le rupi, Capri ha dalla sua una difficoltà che sulla terraferma le risparmia lo scempio che sul mare deve sopportare fra luglio e agosto. Prima e dopo, è ancora il tempo a farla da padrone, ovvero quell'elemento che la civiltà contempla e favorisce e il progresso teme e quindi sfugge. Prima e dopo, c'è ancora modo di accarezzare quell'«armonia perduta» di cui Raffaele La Capria resta uno dei più struggenti testimoni e che d'improvviso ricompare e ti avvolge in una nuotata solitaria, un bagno di luce, un'alba che illumina il mare. Prima e dopo, c'è ancora spazio per i silenzi, gli stupori e gli amori. Perché poi la volgarità nasce proprio da questo, dall'incapacità ad accettare la lentezza, avendo perso il perché delle sue ragioni.