La Biennale diventa "afroglobale"

Il nigeriano Enwezor è esperto di modernismo postcoloniale. Ed è ben inserito nel sistema di musei e gallerie

Con un tempismo cui non eravamo abituati, sul modello della tedesca Documenta, il cda della Biennale di Venezia ha nominato ieri con largo anticipo il direttore della prossima edizione della Esposizione internazionale d'arte. Il prescelto avrà dunque quasi due anni per organizzare lo «show» in scena dal maggio 2015.

La scelta è in linea con la recente tendenza a coinvolgere le star del sistema mondiale, a cominciare da Rem Koohlas atteso tra pochi mesi al debutto da direttore della sezione architettura. Infatti, dopo l'edizione dei record, a cura di Massimiliano Gioni, arriva in laguna Okwui Enwezor, figura notissima di critico, scrittore e docente. Dopo il successo tra un pubblico giovane, che il presidente Paolo Baratta ha definito «il pubblico degli zainetti», si ritorna all'ordine con un curatore dal profilo più convenzionale. «Ci rivolgiamo - ha dichiarato Baratta - a una persona che ha già alle spalle numerose esperienze, con un vasto bagaglio di attività, e che si è confrontato criticamente col complesso fenomeno della globalizzazione delle espressioni provenienti da radici locali».

Nato in Nigeria nel 1963, formatosi a New York, Enwezor è il primo curatore nero nella storia della Biennale. Aveva già diretto Documenta nel 2002, edizione non memorabile dal punto di vista delle opere selezionate, al punto che si fa fatica, a distanza di oltre dieci anni, a ricordarne qualcuna. Molto chiara invece la teoria del critico: una visione multiculturale e terzomondista, piena zeppa di video di arte sociale. Ammessa anche qualche strizzatina d'occhio ai no global, al post femminismo, alle minoranze etniche. Tutte cose che hanno fatto guadagnare a Enwezor l'etichetta di curatore «impegnato», soprattutto quando c'è di mezzo l'Africa, quel continente che, rappresentando drammatiche contraddizioni, riesce oggi a produrre un'arte molto intensa e autentica.

Direttore, dal 2011, della Haus der Kunst a Monaco di Baviera, il curriculum di Enwezor è a dir poco poderoso, avendo diretto e curato alcune tra le più importanti manifestazioni al mondo: Johannesburg, Siviglia, Gwangiu, la Triennale d'Arte a Parigi. È fondatore di NKA, giornale d'arte africana, che rappresenta il suo primo interesse: ha studiato la teoria della diaspora e delle migrazioni, il modernismo post coloniale tradotto nell'architettura e nell'urbanizzazione, ha contribuito alla conoscenza di diversi artisti del continente nero nel sistema internazionale. Vanta inoltre un prestigioso palmares di docente in numerose università, tra cui San Francisco, Pittsburgh e la Columbia a New York.

Al pubblico italiano Enwezor è già noto per Mirror's Edge, una mostra che transitò al Castello di Rivoli nel 2000-2001, e anche in quel caso prevalse una visione insieme politicizzata e addomesticata su temi tutto sommato ormai consueti (a esempio, il rapporto tra realtà e finzione nelle varie culture, con un forte accento sul ruolo dei mass media nel sostituirsi alla realtà stessa). D'altra parte Okwui Enwezor, nonostante il marcato interesse per la cultura africana, non sfugge alla figura del curatore globe-trotter, mondano e informato sulla cosa «giusta» che fa tendenza. Possiamo quindi immaginare una Biennale molto diversa da quella appena passata, forse meno intrigante ma più «sul pezzo», più incline a considerare il sistema dei musei e delle grandi gallerie. Naturalmente ogni previsione, a due anni di distanza dall'evento, è futile. Magari Enwezor tirerà fuori un'esposizione completamente diversa e solo in parte «afroglobale». D'altronde multiculturalismo e post-colonizzazione sono temi passati di moda rispetto agli anni '90...