Bourbon e vodka infiammano l'«Adulterio»

Nel 1937 William Faulkner scrisse al suo traduttore francese: «Io lavoro di notte e tengo sempre una bottiglia di whisky a portata di mano». Ernest Hemingway, nel '39, a Parigi, era solito sedersi a un bistrot e sorseggiando pastis buttava giù i ritratti di Nick Adams. E per Raymond Carver l'alcol era l'unico rifugio ai tormenti.
Sono molti, moltissimi, da London a Bukowski, gli scrittori che si sono rifugiati in quell'eccitazione data dall'alcol che per John Cheever è così simile all'ebbrezza della creazione artistica. Bere per scrivere. Scrivere sul bere. Quanti romanzi sono stati scritti bevendo? E quante bevute sono state fatte per scrivere?
Dicono in vino veritas. In realtà in fondo al bicchiere non c'è alcuna verità. Dopo l'ultimo sorso restano solo illusioni, tradimenti e menzogne. O almeno, è la sensazione che rimane addosso dopo l'ultima pagina di Adulterio in America centrale (Indiana), romanzo deluxe di Clancy Martin, scrittore e filosofo canadese, 46 anni, arrivato in Italia nel 2010 da Adelphi (Come si vende) ora al suo secondo «giro» narrativo.
Al centro della storia c'è Brett, moglie di un ricchissimo imprenditore del settore alberghiero, ex autrice di successo ed ex alcolista. Alla tranquillità ha sacrificato la vena creativa. Fino all'arrivo, come un tifone, di Eduard, consulente finanziario di famiglia. E Brett ritrova la passione, la follia, la bottiglia, la scrittura, il tradimento («Tradire il marito assomiglia a farsi di cocaina. Non è quasi mai piacevole, ma provate un po' a smettere»). E ritrova la doppia vita, il rifiuto di affrontare la realtà, le bugie, dette e incassate: «Eduard diceva che, come quasi tutte le persone di intelligenza superiore, era un bugiardo».
Nessun «posto pulito, illuminato bene» nel romanzo di Clancy Martin. Ma suite superior e lounge bar soffusi. Bourbon e vodka tonic. Diamanti rosa e mojito.
Diviso in due parti, una sobria e una alcolica, narrato in prima persona femminile, scritto da un uomo che conosce bene le donne, ambientato in una splendida America centrale, fra Città del Messico, Cancún e l'Honduras, pieno di sesso, soldi, esibizionismo e disonestà, il romanzo di Clancy Martin è un saggio sull'illusione della felicità. Ma anche sulla felicità dell'illusione. Brett nel primo round della vita ha molto: famiglia, ricchezza, tranquillità. Tranne la scrittura e la passione. Nel secondo perde molto: dignità, marito e alla fine anche l'amante. Ma ritrova l'eccitazione della fantasia e della tentazione. «Sì era andato tutto distrutto. Ma credo che entrambi, dopo, ci siamo chiesti: “Mi ricapiterà mai qualcosa di così bello?”».