Una breve storia (strapiena di libri) di roghi, dediche rifiuti e bestseller

Un giorno Massimo Vitta Zelman, gran capo di Skira, passò dalla «Kasa dei Libri» di Andrea Kerbaker, a Milano. Un elegante appartamento adibito a biblioteca, con 25mila volumi, arredamento a tema libresco e luogo di mostre e presentazioni... E sul libro delle firme vergò: «Coloro che scrivono, pubblicano, vendono, leggono e raccolgono libri sono la parte migliore dell'umanità». Ora: né il padrone di casa né tantomeno il sottoscritto sono sicuri che ciò sia vero. Gli intellettuali spesso si rivelano individui pessimi. Ma - ecco il punto - coloro che scrivono, pubblicano, eccetera sono i protagonisti (non sempre esemplari, ma interessantissimi) della nuova Breve storia del libro (a modo mio) di Andrea Kerbaker (Ponte alle Grazie). Dove quel «a modo mio» significa che l'autore (manager culturale, scrittore e bibliofilo) racconta una versione assolutamente anti-accademica, piena di aneddoti e curiosità, ma sempre rigorosa, di quella grande avventura culturale, economica e sociale che va dagli amanuensi medievali a oggi, escludendo per scelta la rivoluzione dell'editoria digitale. Che è qualcosa di straordinario, ma «altro» rispetto all'oggetto-libro.
Qui dentro ci sono i versi irriverenti che i frati predicatori come Filippo della Strada (copista) dedicano alla nuova invenzione di Gutenberg, alla fine del '400, sicuri che la scrittura «Est virgo heac penna, meretrix est stampificata», «è pura se con la penna, meretrice invece se a stampa», un po' come pensano oggi alcuni apocalittici degli e-book. C'è la storia di George John II conte di Spencer (1758-1834), antenato di Lady Diana: lui mise insieme una delle più ricche collezioni mai assemblate di libri a stampa dei primi cento anni, mentre lei non è mai stata vista né fotografata, una volta che sia una, con in mano un libro... Ci sono storie di roghi (un'edizione del 1631 della Bibbia fu bruciata perché uno sciagurato refuso aveva fatto cadere il not davanti al comandamento Thou shalt commit adultery, e le copie superstiti sono ricercatissime). E poi dediche (quel poeta inglese che ritrovò in un cassonetto il libro regalato a mamma e papà...), rifiuti editoriali, premi letterari, e marketing (il primo libro inviato da un editore «con preghiera di recensione» è del 1831, alla rivista Tait). Insomma, un libro la cui lettura non ci farà rientrare nella «parte migliore dell'umanità». Ma ci divertirà parecchio.