Brutti, sporchi, cattivi Carofiglio picchia sui "fasci" tutti uguali

"Il bordo vertiginoso delle cose" è un viaggio nella memoria degli opposti estremismi anni '70. Un nuovo esempio di narrativa militante in cui c'è comprensione solo per chi è dalla parte "giusta"

Gianrico Carofiglio è un autore molto à la page e allora parlarne criticamente può apparire un vezzo controcorrente e invidiosetto. Epperò ho preso in mano il suo ultimo libro, Il bordo vertiginoso delle cose (Rizzoli), quasi casualmente da una pila accatastata in camera da letto e, siccome per abitudine patriottica leggo tutta la letteratura di provenienza pugliese, l'ho cominciato e finito in un battibaleno. Ha una copertina straordinaria - la coppia di ragazzini in tuffo è paragonabile per intensità giovanilistica solo ai due ragazzi accucciati sulla spiaggia nella copertina di Camerati di Antonio Franchini - ed è un libro, tanto per cominciare, che addirittura esagera in asciuttezza dei dialoghi e realismo delle situazioni. Una specie di catalogo dell'anima e l'omaggio proustiano di un barese (nel suo caso, uno scrittore semifallito e ultra-irrisolto: dunque, un Carofiglio capovolto, guarda dove arriva il narcisismo) che, come tantissimi, è emigrato negli Anta e torna nella città natale.

Perché torna? Ecco il punto di partenza e di arrivo: perché hanno ammazzato un pluripregiudicato ex estremista di sinistra, ormai dedito alle rapine. Il punto è che l'ex terrorista pistolero, Salvatore, è stato il compagno di classe di Enrico, il protagonista, e per il giovane Vallesi ha rappresentato una specie di allenatore alla virilità mediante la lotta, forma tradizionale di iniziazione del maschio, e persino il tiro con la pistola. È anche divertente la descrizione dell'approdo di Enrico alla lotta di matrice militare veterocubana, in una palestra improvvisata, guarda caso, del centro Italia-Cuba. Enrico va in questo posto, descritto come si descriverebbe una classica tana della sinistra extraparlamentare degli anni Settanta, dopo aver rischiato di essere pestato a sangue da un gruppo di fascistelli calati a fare i prepotenti davanti alla sua scuola, notoriamente feudo «dei compagni». La prima volta che nel libro incontriamo i fascisti – attenzione, parliamo di ragazzetti della stessa età dei coetanei di idee politiche opposte, non di reduci dello squadrismo di Salò – scopriamo che sono brutti, tanto brutti, talmente brutti che l'essere butterati li accomuna, così pare, fino a trasformarli nell'incarnazione politica e stradaiola degli orchetti di Mordor.

Concediamo ovviamente allo scrittore tutta la libertà narrativa possibile, e immaginiamo anche che questa bruttezza, descritta così vividamente, abbia a che fare con l'imminenza dello scontro, l'adrenalina e i meccanismi di mostrificazione che la paura attiva quando entra in circolo nelle vene. Contando che il protagonista, oltre a immergersi per amore e passione nelle disquisizioni filosofiche, non è che sfoderi idee politiche molto precise, a parte quell'antifascismo così comune negli anni Settanta, ci aspetteremmo che ai fasci Carofiglio possa concedere, nelle duecento e passa pagine seguenti, un minimo di profondità di analisi, qualche accorgimento che ci permetta di scoprirli al di là del nome e cognome (uno finisce anche gambizzato) e della repellenza aprioristica. Invece, non accade. Mai.

Non è la prima volta che nei racconti di Carofiglio (era in Ragionevoli dubbi), quando sfrucuglia nella sua memoria pugliese di ragazzo degli anni Settanta, troviamo l'apparizione della fascisteria barese nella forma di un'orda sporca, brutta e cattiva a cui l'autore non concede nulla, nemmeno la pietà di un minimo di analisi sotto superficie. Anche qui, mentre Vallesi torna a casa scoprendo quartieri che non ha mai visto, i fasci sono maldestri assoluti a cui è giusto «spaccare la faccia» perché, stando alla voce narrante, sono «stronzi» e «figli di puttana». Queste scemenze militantistiche, giustamente, le potrebbe pensare il Vallesi ragazzino, ma colpisce che nemmeno nelle pagine dedicate al racconto del presente ci sia un minimo di ripensamento su quelle posizioni. Neppure un minimo di quella pietas che, per dire, a parti invertite mostra Fabrizio Crivellari verso i compagni nel suo recentissimo Colle Oppio vigila (Eclettica), un romanzo che chiama serenamente al disarmo. Carofiglio no, e così l'antifascismo militante diviene antifascismo m'irritante.

Commenti
Ritratto di PLUTARCO

PLUTARCO

Mer, 18/12/2013 - 11:44

Anch’io l’ho appena finito di leggere, e quando leggevo la descrizione di quei fascisti sempre pronti allo scontro, alle violenze gratuite, mentre loro che facevano? Si allenavano in una palestra per fare che cosa? Picchiare? Assolutamente no. A sinistra se si usano i bastoni, le mazze, o le biglie tirate dalle fionde, lo si fa unicamente per difendersi dagli spietati e brutti fasci. Avevo letto altri libri di Carofiglio, ma questo è proprio scritto superficialmente, lasciandomi alla fine un amaro in bocca e un filo di rabbia nelle vene. Riccardo