Business, passione, talenti. Così il MiArt batte la crisi

Da Picabia al design, dalla moda a Hirst e Indiana: 140 gallerie (55 straniere) per la grande mostra mercato del contemporaneo a fieramilanocity fino a domenica

Frizza l'aria, al MiArt. Ora, spiegare con esattezza l'alchimia che anima le fiere di arte contemporanea nel mondo non è semplice. Da una parte c'è il mercato, con le sue regole e le sue bizze, capace di impennarsi, chiudersi e poi tenere persino in un momento di crisi come questo. Ci sono i galleristi, che con l'arte contemporanea fanno affari, anche coccolando i giovani talenti. Ci sono i collezionisti (sinceri appassionati ma anche chi considera l'arte come mero status-symbol) e personalità varie: curatori, critici, giornalisti, comunicatori. Quando questi ingredienti si mescolano bene insieme - e accade quando si conoscono e si stimano - allora la fiera è un successo.
Il debutto della 18ª edizione di MiArt (da oggi a domenica, a Fieramilanocity di Milano) pare andare in questa direzione: il direttore Vincenzo De Bellis e il suo gruppo di lavoro (tutti under 35, con esperienze all'estero) sfida la crisi giocando con le contaminazioni. Suddivisa in quattro sezioni («Established», «Emergent», «THENnow» e «Object»), MiArt non rinuncia del tutto al suo Dna: nasce come fiera internazionale d'arte moderna e contemporanea e anche in questa edizione non mancano opere dei grandi maestri del Novecento come Francis Picabia. Non a caso, Christie's ha annunciato per fine mese il debutto di una nuova asta, molto novecentesca, nella città della Madonnina (titolo: «Milan Modern and Contemporary», star: Fontana e De Chirico). Tuttavia, la cifra della manifestazione sta nell'apertura alle arti: la sezione «Obcjet» è la novità di quest'anno e presenta gallerie che hanno sdoganato il design come forma d'arte. Anche la moda ha il suo spazio: l'allestimento su 5500 metri quadrati di superficie è firmato dal raffinato Massimo Berghinz, gli arredi sono di Moroso, la vip lounge è realizzata con Champagne Ruinart e con la Fondazione Trussardi è stato ideato il festival «Liberi tutti» al teatro Arsenale, uno dei tanti eventi che animeranno il fine settimana milanese.
Fare una fiera d'arte significa creare l'atmosfera giusta, «perché MiArt è un evento commerciale ma non può ridursi a questo», spiega De Bellis. Il pubblico dell'arte cerca stimoli sempre nuovi e non va deluso. Il calendario milanese aiuta: siamo in prossimità del Salone del Mobile, il Museo del Novecento ha appena aperto una mostra su Andy Warhol e la Triennale inaugura lunedì il nuovo allestimento del Museo del Design. Ma non basta: in seno alla fiera, accanto alla vetrina per gli acquirenti - 140 gallerie, di cui 55 straniere - spiccano il programma «miartalks», dibattiti con protagonisti del mondo dell'arte come Penelope Curtis, direttrice della Tate di Londra, l'allestimento della libreria tedesca Walther König (marchio top per i libri d'arte) e il lancio per i tipi di Johan&Levi di una nuova collana in collaborazione con MiArt (primo volume sul design di Andrea Branzi).
L'arte contemporanea si mette in bella mostra per i 150 ospiti vip attesi, tra direttori di musei, curatori e critici. Non potevano mancare opere di arti-star consolidate come Damien Hirst o Robert Indiana, né i nomi su cui fare scouting (tutti alla sezione «Emergent», riservata alle giovani gallerie). MiArt non rinuncia a riflettere sullo stato dell'arte: la sezione a invito «THENnow», forse la più bella, mette a confronto, presentandoli in parallelo, nove coppie di artisti di generazioni diverse, tra cui i bravissimi Enzo Mari e Fabio Mauri. Le fiere d'arte funzionano se c'è l'atmosfera giusta e a MiArt si respira aria buona.