La caporetto dell'inchiesta su Caporetto

Il bollettino originale accusava di viltà le truppe. Poi fu corretto. Ma la colpa dei generali "macellai" è indubbia

All'immane pubblicistica su Caporetto s'aggiungono due volumi autorevoli perché editi dall'ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. Si intitolano Dall'Isonzo al Piave, e il secondo contiene il testo integrale della relazione formulata dalla Commissione d'inchiesta che il governo volle subito dopo la rotta e che, istituita nel gennaio del 1918, concluse i lavori nel giugno '19. Furono raccolti 2310 documenti e 1012 testimonianze. All'inchiesta e ai suoi contenuti sono sfavorevoli i curatori del saggio, il colonnello Antonino Zarcone e il professor Aldo A. Mola. Scrive Mola, storico di valore: «L'inchiesta gettò un'ombra cupa sull'Esercito italiano, pilastro delle Forze armate e del Paese stesso. Pur a vittoria conseguita essa trasformò il ripiegamento dall'Isonzo al Piave in sconfitta morale ancor più che militare. Per chi l'aveva voluta e la seppe strumentalizzare, l'inchiesta fu sbandierata come rivelazione dell'inconsistenza della Nuova Italia». È giusto deplorare che ci sia stata una severa indagine sulle responsabilità di Caporetto e non ce ne sia stata una altrettanto se non più severa per accertare le responsabilità dell'8 settembre, sintetizzabili nel termine viltà. Ma quella relazione era necessaria e, pur con qualche sconfinamento nel pettegolezzo, riuscì a dare un quadro completo del come e del perché il disastro avvenne. A esso dedicò una narrazione di straordinaria efficacia, in Isonzo 1917, Mario Silvestri, scienziato e storico, collaboratore del Giornale.

Benché sia vero che alla disfatta fece seguito la vittoria, della disfatta non è lecito sminuire la gravità. Un'armata di mostruosa grandezza, la II di Luigi Capello che contava quasi 700mila uomini, fu polverizzata. Si contarono 10mila caduti, 30mila feriti, 265mila prigionieri, 350mila sbandati e disertori. Questi ultimi si riversarono a decine di migliaia anche sulla lontana Sicilia. L'urto degli austro-tedeschi che il 24 ottobre 1917 si avventò sul XXVII corpo d'armata di Pietro Badoglio - tra gli attaccanti anche un tenente di nome Rommel che fece 10mila prigionieri - fu devastante. Le linee difensive collassarono, nei comandi si susseguirono sgomento e sorpresa benché l'offensiva nemica fosse prevista da tempo. Poi - è noto e scandaloso - Badoglio che era in testa alla lista degli sconfitti fu dalla relazione ignorato, anzi elogiato. E al fianco del debole Diaz divenne il vero capo dell'esercito. Ottimo ufficiale nelle situazioni «normali», Badoglio dovette affrontare nella sua fortunata carriera due emergenze, Caporetto e l'8 settembre '43. Nell'una e nell'altra circostanza fu irresoluto e incapace. Cadorna, in una serie di costernati bollettini, riversò sui soldati ogni colpa per l'irrompere del nemico nelle linee italiane. Fino al famoso bollettino del 28 ottobre che nella versione originale così recitava: «La mancata resistenza di reparti della 2ª Armata vilmente ritiratisi senza combattere e ignominiosamente arresisi al nemico ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia». Conosciuto dal governo quando già alcuni ne erano venuti a conoscenza, il passaggio infamante fu così rettificato: «La violenza dell'attacco e la deficiente resistenza di taluni reparti hanno permesso...». Ma anche quando, durante l'inchiesta, fu interrogato, l'egocentrico Cadorna rivendicò la giustezza delle sue espressioni. Al comando supremo di Udine si comportava da nume infallibile. Onesto e capace, aveva tuttavia consentito che quella sua reggia prodigasse avanzamenti e medaglie al valore a quanti la frequentassero. Ugo Ojetti, principe del giornalismo, gravitava lui pure in quel santuario ed ebbe una ricompensa al valore per essersi recato a Gorizia, dopo la conquista - ben prima di Caporetto - a controllare se le opere d'arte della città avessero subìto danni. Gli fu dedicato questo epigramma: «Ancor che al monte austriaca minaccia/ duri, tu varchi intrepido l'Isonzo/ e una medaglia arride alla tua faccia/ Ugo, di bronzo».

Due uomini furono protagonisti di Caporetto, entrambi di origine lacustre: Cadorna di Pallanza, Capello di Intra. Riservato e austero Cadorna, non alieno dalle decimazioni per punire atti d'indisciplina, fautore dell'attacco frontale e delle spaventose «spallate» sul Carso dove per minimo o nessun guadagno territoriale venivano perdute moltissime vite. Esuberante, intelligente e all'occorrenza implacabile Capello. Sarà tra i primi sostenitori del fascismo e prenderà parte alla sfilata delle camicie nere dopo la marcia su Roma. Generali «macellai» entrambi, ma lo erano tantissimi, in Italia e fuori d'Italia. Difendendosi dall'accusa d'aver profuso senza risultato vite umane, Capello affermava che le perdite dell'«invitta» Terza Armata del Duca D'Aosta erano state pari alle sue, se non superiori. Emanuele Filiberto principe del sangue, diversamente dal cugino Vittorio Emanuele bell'uomo e grande comunicatore, portò in salvo la III armata perché i tedeschi attaccarono la seconda. Fosse avvenuto l'opposto, chissà.