Cari brutti, da oggi sarete discriminati

O gni tanto per fortuna escono romanzi fuori dagli schemi come Il ministero della bellezza (Indiana, pagg. 280, euro 17,50) di Marco Lazzarotto, alla sua seconda prova dopo Le mie cose (Instar). Il titolo strizza l'occhio, consapevolmente o meno, al George Orwell di 1984 ma le analogie si fermano qua. Anche Lazzarotto immagina un futuro distopico, eppure ogni pagina riesce a restare in equilibrio tra senso di inquietudine e puro divertimento.
L'Italia è diventata una repubblica fondata sulla bellezza. Artefice della trasformazione è Dominic Ardemagni, un parrucchiere (cieco) divenuto ministro grazie a un movimento politico nato sul web. Il ministero della Bellezza prende il sopravvento sulla società in un crescendo di trovate surreali. La vita degli italiani viene riorganizzata secondo rigidi criteri estetici. I brutti sono discriminati sul posto di lavoro, non hanno alcuna speranza di fare carriera e non possono entrare nei centri storici, come prescritto dalle regole delle nuove Zone a traffico limitato. Gli specchi invadono le città e sostituiscono la segnaletica stradale: la precedenza spetta a chi ha la macchina migliore. Piazze e locali sono presidiati dalle Camicie bianche, ronde spontanee pronte ad accanirsi contro i calvi, gli obesi, i trasandati. Solo alcune coppie, quelle belle, hanno diritto ad avere figli. Viene tollerata, anzi incoraggiata, un unico tipo di immigrazione: ragazze dell'Est, naturalmente a patto che siano magnifiche. Gli ispettori fanno irruzione nelle case dei privati per valutare la pulizia degli appartamenti (e degli inquilini, costretti a indossare completi eleganti se colti in flagrante con una t-shirt). La birra è messa fuori legge (gonfia). Le pasticcerie sono rase al suolo (fanno ingrassare). Il footing è un obbligo (per dimagrire). Chi non ci sta è destinato alla rieducazione. Il cambiamento non trova vera opposizione. L'Italia si convince che tutto sommato la Callistocrazia funziona. I poteri di Ardemagni poi sembrano miracolosi. Dal febbraio in cui è stato creato il suo dicastero, il cielo è sempre azzurro.
Lo scrittore Matteo Labrozzo, brutto, convive con l'impiegata Lisa, bella. Un brutto con una bella? La separazione giungerà inevitabile. Lisa, un tempo oppositrice di Ardemagni, si lascia sedurre dai vantaggi di cui finalmente può godere tra cui un lavoro fisso e uno stipendio ottimo. Labrozzo invece è nei guai. Non riesce a pubblicare a causa del suo ventre da bevitore e della sua precoce stempiatura. Gli manca il fisico, quindi nessuna casa editrice accetterebbe di stampare un suo dattiloscritto. Per questo Matteo decide di reclutare un avatar, il palestrato Simone, che lo impersonerà in pubblico. Si sa come vanno queste cose. Simone, acefalo all'apparenza, si rivela dotato di un talento magnetico che finisce con l'ingoiare le ultime certezze di Matteo. Il ministero della bellezza dunque è anche una satira feroce del mondo letterario, popolato da editori disinteressati ai libri, autori innamorati di se stessi, volumi preconfezionati, Saloni grotteschi, premi truffa. Per la Callistocrazia, il romanzo perfetto è un oggetto di polistirolo, dal profumo cartaceo, con una copertina accattivante, senza pagine, privo di parole, ottimo per l'arredamento. L'editoria, senza i libri, sarebbe un business migliore...
Nel trionfo della bellezza, qualcuno, come suggerisce l'aletta del romanzo, può vedere una condanna della società dell'apparenza in cui viviamo. Qualcun altro, oltre a questo, potrà vedere una condanna dello Stato-mamma, impiccione, dirigista e incapace di distinguere tra vizi (legittimi) e reati (illegittimi). La trasformazione del vizio in reato è l'aspetto veramente orwelliano di questo romanzo speciale perché capace di evitare i cliché della narrativa contemporanea italiana.