Cari vip, imparate l'arte ma poi mettetela da parte...

Il vero nemico del talento è l'incontinenza, quel sentimento per cui chi è dotato in una nobile arte in teoria potrebbe esserlo anche in tutte le altre. Colpa soprattutto della fotografia che, non avendo particolari regole né una grammatica precisa, permette a chiunque di provarci. Non è facile, quindi, trovare la differenza fra gli scatti di un turista tedesco in gita a Cuba e quelli, conclamati, di Wim Wenders, fra le inquadrature da cartolina sullo skyline di Manhattan e le immagini concettuali di Lou Reed, per non parlare dei paesaggi iraniani di Abbas Kiarostami, noiosi almeno quanto i suoi film, eppure circondati dall'allure dell'autorialità.
I vip, dallo spettacolo alla letteratura, dal cinema alla musica, dalla tv alla politica, a un certo punto non ce la fanno più e iniziano a cimentarsi con le arti visive: i più pigri fotografano, i più ambiziosi dipingono. E qui cominciano i guai. Ultima celebrità beccata con tele e pennelli è Marisa Laurito, che attualmente espone alla Galleria dello Steri a Siracusa Ortigia una serie di quadri confidenzialmente chiamata «Casa Laurito: forme d'arte», dallo stile pompier che fuori dal critichese significa dilettantismo allo sbaraglio degno della Corrida.
Perché prendersela tanto con una delle tante creature di Arbore, quando c'è chi nutre ambizioni ben più pericolose soprattutto per il pubblico? Il cantautore Franco Battiato non ha mai nascosto di aspirare a essere, come Wagner, artista a 360 gradi. Quasi vent'anni fa il suo esordio con una personale in una galleria milanese, dove campeggiavano tremendi fondi oro che tradivano la propensione neomedievalista dell'autore di Povera Patria, uno che considera il Rinascimento troppo moderno e guarda verso Giotto e i primitivi. Non produce troppo, per fortuna, ma ogni anno viene incaricato di reinterpretare la rosa rossa simbolo della Milanesiana.
Uno davvero convinto di saper fare tutto è Giorgio Faletti, e non gli si può dare torto visto che, fortunello, ogni cosa che tocca la trasforma in denaro sonante. Da quando la scrittura è diventata la sua occupazione principale, l'ex Vito Catozzo si è scoperto improvvisamente pittore, e il suo linguaggio, per quanto naïf e casuale, sfiora senza volerlo la matrice concettuale. Di fronte a un monocromo bianco con un uovo in mezzo, gli citai il possibile riferimento a Manzoni e lui, stupitissimo di non essere stato il primo, giurò di non conoscerlo. Piero, non Alessandro.
Talvolta la predisposizione creativa, a lungo sopita, si risveglia a causa di cattive frequentazioni. Colpa di Salvador Dalì, insomma, aver spinto la sua ex-pupilla Amanda Lear a mettersi a dipingere. Lei, ingenua, ci ha creduto e i suoi quadri sono esempi di pasticci surrealisti che nessuno vorrebbe mettersi in casa e che pure costano cari. La vocazione cromatica di Romina Power, invece, risale al fallimento del suo matrimonio con Albano e di questo nuovo corso ancora paghiamo le conseguenze con imbarazzanti omaggi all'India degni di un madonnaro globalista. Decisamente diverso è il caso Gina Lollobrigida. Da quando la grande attrice si è ritirata dal cinema, la sua occupazione primaria è diventata l'arte: il suo occhio fotografico non è affatto trascurabile (nel 1973 ha vinto il Premio Nadar per il volume Italia mia), mentre nella scultura si rifà alla tradizione plastica di Martini, Greco, Messina e Manzù. Il suo curriculum di mostre parla chiaro ed è sostenibile, mentre lo stesso non si può dire di Dario Ballantini, formidabile imitatore di Striscia la notizia, pittore troppo modesto per essere la stessa persona che finge di essere Alfano o Maroni.
La griffe celebre, dunque, attribuisce un plusvalore o almeno un'aggiunta di curiosità a prove spesso modeste? Quando un critico rigoroso come Carlo Ludovico Ragghianti accettò negli anni '60 di firmare la monografia del celebre pittore astratto Amintore Fanfani, fu convinto dall'intensità delle campiture dell'aretino o dal potere del leader democristiano? Che fine ha fatto il suo erede nel campo della pittura politica, l'ex-tutto Ottaviano del Turco? Pare che nei tristi mesi del carcere i colori gli abbiano salvato la vita...
Appena meglio va, infine, nel mondo della musica giovane. Lorenzo Jovanotti ama disegnare, ma è cosa che tende a tenere per sé, mostrandosi più agli amici che al pubblico (però il retro di copertina dell'album Safari è suo). Il cantautore Bugo non sfigurerebbe in una mostra di artisti postconcettuali, astruso e divertente, mentre uno davvero bravo è Francesco Tricarico, capace di riprendere con i pennarelli le ossessioni delle sue strane e deliziose canzoni. Speriamo che un gallerista si accorga di questo talento ancora inespresso e si decida ad allestirgli una mostra. La meriterebbe almeno quanto Bob Dylan, che dipinge dal '67 (durante la convalescenza dall'incidente in moto) e che solo da pochi anni è approdato nella scuderia di Gagosian, entrando nel sistema dell'arte dal salone d'onore.