La carriera di William Faulkner è un film (noir) hollywoodiano

Tra insuccessi e drammi, invidie e depressioni, fu proprio la Mecca del cinema a imporre lo scrittore. Che lo odiava

La vita degli scrittori americani, si sa, è scritta con penne ricavate dalle ali dell’Arcangelo Gabriele. È leggenda, vita da film, rifritta negli aneddoti. Su William Faulkner, lo scrittore più adorato, imitato, dannato degli Stati Uniti d’America, gli aneddoti brulicano come pop corn. Cominciamo con un paio.

Ottobre 1929, crolla Wall Street, Faulkner ha 32 anni, ha appena pubblicato L’urlo e il furore, il romanzo a cui rimarrà più legato, in cui c’è tutto, la vita, la morte, la visione e l’infermità, reduce da decine di rifiuti editoriali. Faulkner beve di brutto ed è cronicamente al verde. Piglia un lavoro all’università. No, non ottiene una cattedra su cui spaparanzarsi al sole della fama. Sta nei bassifondi. Carica il carbone che il fuochista getta nella caldaia. Durante la pausa, rovescia la carriola su cui ha impilato il carbone, e scrive Mentre morivo, che per Harold Bloom è il suo più grande romanzo, il più bel libro del Novecento americano. Il libro uscirà nel 1930, è un insuccesso. Faulkner è un uomo che attira la tragedia. Nel gennaio del 1931 lo scrittore diventa padre. Chiama Alabama la figlia avuta da Estelle. La piccola ha bisogno di un’incubatrice. L’ospedale di Oxford, Mississippi, il luogo che gli ispira la leggendaria contea di Yoknapatawpha, non ce l’ha. La figlia di Faulkner, neonata, muore. Proprio qui, sull’orlo del nulla, appare a Faulkner Hollywood, la Gerusalemme celeste del cinema e degli scrittori spiantati. E proprio qui s’attacca l’altro aneddoto.

Ottobre 1932. Los Angeles. Howard Hawks ha affittato una casa in collina. Gira tanto alcol e un bel fiotto di fanciulle. Clark Gable attacca Faulkner, sotto contratto per la Metro, che all’epoca «stipendia sessantadue scrittori alla settimana». Chi sono i migliori scrittori viventi?, chiede l’attore. «Ernest Hemingway, Willa Cather, John Dos Passos, Thomas Mann e William Faulkner», dice Faulkner. Gable gli fa, «Ma tu sei uno scrittore?». Risposta laconica di Faulkner: «Certo, Mr. Gable. E tu, che mestiere fai?». Faulkner accetta di lavorare a Hollywood per soldi. Lavora tanto, tantissimo, «è stato lo scrittore che con più costanza ha lavorato per il “sistema Hollywood”, scrivendo o trattando soggetti e sceneggiature per cinque tra le maggiori case cinematografiche, la Metro, la Universal, la Rko, la Fox e la Warner Brothers», scrive Stefan Solomon in William Faulkner in Hollywood: Screenwriting for the Studios (University of Georgia Press, pagg. 320, $ 49.95). A Faulkner, Hollywood faceva schifo. «Non mi piace il clima, la gente, la vita», dice in un’intervista, nel 1951. «Sto male, sono depresso, ho la terribile certezza di perdere tempo», scrive in una lettera, dagli studi della Metro. In effetti, Faulkner gira spesso a vuoto, ipotizza soggetti abortiti, e nel 1944 gli capita - indegno scherzo del destino - di dover tramutare To Have and Have Not dell’arciodiato Hemingway in una sceneggiatura per il film di Hawks, con Humphrey Bogart e Lauren Bacall. Ad ogni modo, a Hollywood Faulkner lavora per oltre vent’anni, anche dopo il Nobel per la letteratura ottenuto nel 1950 - i 30mila dollari del premio li fa fuori quasi subito - firmando, per il solito Hawks, La regina delle piramidi, un polpettone storico sotto sale egizio. Il trattamento più interessante dello scrittore, a dire dei cinefili, è Il grande sonno (1946), ricavato dal romanzo di Raymond Chandler, con Bogart - poi grande amico e compagno di sbronze di Faulkner - nell’impermeabile di Philip Marlowe.

Hollywood risarcì Faulkner, stritolato dalla catena di montaggio cinematografica («Faulkner è chiamato a lavorare alle sceneggiature insieme ad altri scrittori, suddividendo il lavoro: la natura ibrida di questi testi rende pressoché impossibile identificare con sicurezza il contributo dello scrittore, specie quando non è accreditato»), in due modi. Spiattellandogli una bella pupa, Meta Carpenter, la segretaria di Hawks, con cui Faulkner inaugura, dal 1932, una tempestosa relazione d’amore. E ricavando, nel 1949, un film dal suo romanzo, Non si fruga nella polvere, per la regia di Clarence Brown. Il film - a differenza dei romanzi di Faulkner - ha un certo successo. La tesi di Solomon è che il cinema, nato come un’occasione per far soldi, abbia favorito le creazioni narrative di Faulkner. D’altra parte, «Faulkner ha scritto il suo libro più complesso, Assalonne, Assalonne! quando lavorava a Hollywood», ed è a Hollywood «che Faulkner consolida la sua Yoknapatawpha, dà sostanza al proprio mondo letterario ». Tanto per stare negli aneddoti: «alcune scene di Requiem per una monaca sono scritte sul retro del trattamento de La mano sinistra di Dio», per cui Faulkner firma un contratto nel 1951.

Il libro di Solomon è un bel modo di festeggiare i primi 120 anni di Faulkner, un titano della letteratura moderna, che nel 1955, durante una conferenza a Tokyo, si definì «un uomo di campagna che ama i libri ma non gli scrittori o i critici». In Italia, va da sé, pur avendo un faulkneriano di platino come Mario Materassi - che di Faulkner, dal vivo, ha dato la descrizione più bella: «sciatta figura minuta... viso affilato da volpe... baffi giallognoli... denti sciupati... occhi chiari, freddi, che fissavano un punto oltre la mia testa nell’attesa indomita che me ne andassi» - di Faulkner non si stampa più nulla di nuovo da tre anni, non abbiamo neppure un libro che ne colga l’opera omnia.