Il caso Dreyfus non è ancora chiuso

Robert Harris in "L'ufficiale e la spia" ricostruisce "l'affaire" e il clima antisemita in cui nacque 

da Torino

Appena pensiamo di saperla lunga su un argomento, ecco che un romanziere trova un nuovo punto di vista. Non si può dire che l'affaire Dreyfus sia un tema trascurato: dal 1895 a oggi, da Zola in su o in giù, è stato rivoltato come un calzino. I francesi si sono presi sberle e fischi, la dietrologia ha dato il meglio e il peggio di sé. Poi arriva Robert Harris, quello di Fatherland, Imperium, Ghostwriter. Va a pranzo con Roman Polanski, ossessionato da tempo da questa storia di antisemitismo ed errore giudiziario. E lo scandalo splende di nuovo mistero: la luce obliqua perfetta per una spy story. Nasce così L'ufficiale e la spia (Mondadori, pagg. 438, euro 19, presentato al Salone oggi alle 15,30, Sala Azzurra - esce anche nel nuovo formato flipback, leggibile in verticale con una mano sola). «Sette anni fa Polanski doveva fare un film dal mio Pompei, che poi è saltato perché ha preferito farne uno da Ghostwriter», ci racconta Harris. «Siamo sempre rimasti in contatto: è una delle persone più intelligenti che abbia mai incontrato, acuto, divertente. Un giorno, due anni fa, ci siamo visti a pranzo a Parigi e mi ha dato l'idea per raccontare di nuovo il caso Dreyfus da un altro punto di vista: quello dell'ufficiale francese Georges Picquart. Ha detto che ci avrebbe girato un film. Gli ho risposto che prima di scrivere la sceneggiatura avrei preferito farne un romanzo». A Polanski è sembrata un'ottima idea: il romanzo fa da traino, la sceneggiatura scritta con Harris è già pronta («Abbiamo lavorato a casa sua a Gstaad o a Parigi o con Skype: scrivo la sceneggiatura, lui legge, discutiamo, io la cambio, lui pensa tutto il tempo a dove mettere la camera»), a gennaio 2015 si va sul set, cast top secret.

Ricapitoliamo: in una mattina del gennaio 1895 Georges Picquart, ufficiale dell'esercito francese, assiste alla pubblica degradazione del capitano Alfred Dreyfus, ebreo, accusato di aver passato informazioni segrete ai tedeschi. La gente urla: «A morte gli ebrei!». Picquart è convinto che ciò che vede sia giusto: Dreyfus è colpevole e bene si fa a spedirlo all'isola del Diavolo, separato dal mondo e dalla famiglia. Promosso, Picquart scopre che il passaggio di documenti non s'è mai interrotto: Dreyfus innocente? Picquart indaga, il thriller è sui binari, scene da film: l'ufficiale dovrà subire finché lo scandalo verrà riconsiderato e il colpevole smascherato. La controcopertina del romanzo, che riporta i documenti d'archivio originali del governo francese, svela come e quanto Harris abbia lavorato per costruire il personaggio di Picquart, la vera grande novità: «Quella di Dreyfus è stata per un certo periodo la storia più famosa del mondo, il più grande scandalo politico e il maggior errore giudiziario mai avvenuto. L'antisemitismo, la battaglia mediatica, l'errore nel giudizio, gli equilibri di potere tra Francia e Germania: una vicenda senza tempo. Ma io volevo indagare anche un altro antico dilemma: obbedire ai superiori o alla coscienza? Ho scelto il punto di vista di Picquart e ho inventato un suo memoriale sull'affare Dreyfus depositato nel caveau di una banca a Ginevra, dando disposizione che dovesse esservi custodito finché non fosse trascorso un secolo dalla sua morte. Uno stratagemma narrativo che mi ha permesso di raccontare la storia dalla sua voce. I documenti che provavano l'innocenza di Dreyfus sono stati divulgati on line per la prima volta dal governo francese proprio mentre scrivevo il romanzo: così ho avuto l'opportunità di dire qualcosa di nuovo».

Per Harris, Picquart è il vero eroe, colui che si pone domande contrarie al senso comune: era antisemita, avrebbe potuto continuare la sua carriera senza problemi. Ma per investigare rischia, sfida le convenzioni. Se gli si chiede quale sia la fonte di ispirazione per questa nemesi, Harris dice che si è concentrato soprattutto sul ricreare l'atmosfera del tempo, sul fornire a Picquart il carattere dell'uomo dell'epoca - un alsaziano darwiniano, razionalista, anticattolico - e cercare di renderlo credibile. Dice di essersi convinto a scrivere davvero il libro quando visitò l'appartamento di Picquart a Parigi e lo immaginò uscirne, quella mattina, per recarsi al Ministero della Guerra: «L'ho seguito, come si segue Sherlock Holmes». Ma la verità è che le analogie tra questo protagonista e alcuni «casi» contemporanei si sprecano, tanto quanto quelle tra personaggi d'oggi e Dreyfus: «Picquart è una figura terribilmente moderna. Proprio appena finito il romanzo, è esploso il caso Snowden. Allora sono volato dal mio editore e gli ho detto: “È lui, l'ho riconosciuto, stiamo per pubblicare un libro su una talpa!”. Noi oggi siamo in grado di “classificare” quel genere di persona, ma mentre scrivevo non mi era nemmeno venuto in mente». Come dire: il subconscio ne sa una più delle spie.