La casta dell'arte scende in piazza (contro se stessa)

Si mobilitano la letteratura e il teatro, la lirica e il cinema. L'arte, a questo punto, non poteva restare coi pennelli in mano ed ecco annunciata per oggi, a Roma, nella piazza del MAXXI, la solenne «chiamata alle arti» convocata dall'AMACI (l'associazione dei musei d'arte contemporanea) per «cercare soluzioni concrete che aiutino a uscire da questa situazione». A occhio sembra la rinascita del vecchio sindacato dell'arte, aperto non solo a pittori e scultori, ma anche a critici, curatori, galleristi, collezioni e, soprattutto, direttori di museo. Cioè quella stessa casta ben salda nei luoghi di potere che magari non ha responsabilità dirette sull'impoverimento del mercato, ma a cui si deve imputare il fallimento della scriteriata politica culturale-espositiva che ha desertificato i musei.
A differenza di un film, un libro, uno spettacolo, l'arte contemporanea infatti non è sottoposta al giudizio del pubblico. Poco importa che le sale siano vuote: se una ristretta cerchia dà l'imprimatur i biglietti staccati non contano. Chi dirige queste cattedrali nel deserto ha lo stesso rapporto con gli umori del tempo di quanto potrebbe averne un alieno. Eppure continuano a guidare la baracca museale, sempre più desolata e stanca, quando il primo «contributo strategico» sarebbe quello di passare la mano, visto che hanno fallito.
Di cosa si parlerà in questa «giornata di mobilitazione nazionale che non ha precedenti nella storia del nostro Paese»? Si chiede una nuova disciplina fiscale sul mercato, nuove regole per i beni culturali, nuovi strumenti di governance museale, esempi di gestione virtuosa in tempi di crisi (cominciassero dal loro stipendio), sinergie tra pubblico e privato... Tutte cose che si dovrebbero fare normalmente, con coscienza nel quotidiano, senza bisogno di chiamarsi a raccolta.
Ci attendono sei ore di baci salottieri, di lagne generalizzate, di attacchi a Bondi e Galan anche se non ci sono più. Elevata l'età media dei partecipanti, quasi un ossimoro, soprattutto tra gli artisti che come Arienti e Pistoletto hanno raggiunto da tempo il successo e non dovrebbero più aver bisogno di assistenza. Ma se c'è da batter cassa l'età non conta...
L'impressione è che questo «sabato italiano» altro non sia che l'auspicio di mantenere inalterato lo status quo che ci ha portati fin qui. Mobilitare per conservare. Non si sa se più inutile o più noioso.

Commenti

Giancaterino

Mer, 13/02/2013 - 18:06

I Musei dell'arte contemporanea dovrebbero fare mea culpa buttando fuori dalle loro collezioni tutte le opere degli artisti viventi , perché le acquisizioni che hanno fatto non sono state dettate da considerazioni culturali ma da imposizioni clientelari, contribuendo a gonfiare fuori ogni ragionevole considerazioni il mercato dell'arte. Antonio