Che c'entra il federalismo col vero liberalismo?

C arlo Lottieri, nell'articolo Ma il diritto era dalla parte dei ribelli, pubblicato sul Giornale di ieri, sostiene che la storiografia non è stata generosa nei riguardi della Confederazione sudista guidata da Jefferson Davies. A me non risulta. Nella mia Facoltà di Lettere e Filosofia di Genova insegnava un grande americanista, Raimondo Luraghi, autore di una ponderosa Storia della guerra civile americana 1861-1865,(Einaudi, 1966) che, certo, non traboccava di simpatia per Lincoln e i nordisti. Inoltre non posso dimenticare che il mio regista preferito, John Ford, nel suo film prediletto, Il sole splende alto del 1953 (ma anche in altri film), lungi dal demonizzare il vecchio Sud, ne mostra il caldo afflato comunitario.
Il problema, comunque, è un altro. Indipendentemente dalle ragioni costituzionali che portarono alla secessione del Sud, siamo sicuri che «l'attaccamento ai principi di un ordine autenticamente federale e quindi pattizio» sia parte integrante del liberalismo, ovvero di una dottrina che antepone i diritti degli individui a quelli della comunità, sia essa nazionale o regionale? Un liberale non spasima per l'autogoverno ma per il buon governo, non vuole che l'autorità politica rimanga in casa ma che sia limitata. Se tutti i cittadini della Padania dovessero riconoscere diritti politici e civili solo a quanti vi sono nati, sarebbe una riaffermazione del federalismo ma, altresì, una negazione della democrazia liberale. Parlare di un «nazionalismo dell'Ottocento che cancella le libertà locali» in riferimento alla nostra unità nazionale è un segno dell'oscuramento dell'intelligenza storica. Ma quali libertà locali? Nel Regno delle Due Sicilie la civiltà del diritto fu un portato del Risorgimento: se non si fosse fatta l'Italia, il Sud sarebbe rimasto in balia di preti e di baroni agrari. Il più prestigioso allievo di Raymond Aron, Pierre Manent, nell'aureo saggio In difesa della nazione (Rubbettino) ha spiegato assai bene il significato dello stato nazionale ma in Italia la retorica delle autonomie fa più proseliti della scuola del grande prince de l'esprit.