Che lagna amore e sesso al tempo delle "parrelle"

Rivendicazioni, noia: la narrativa al femminile è un piagnisteo. Compresa quella scritta dagli uomini

Il problema è che a me tocca sempre la parte del maschio stronzo. Ci avesse pensato Piero Angela, a farci un documentario, ora non toccherebbe a me. Sto parlando delle parrelle, nessuno le ha studiate bene. Il nome deriva da Valeria Parrella, esponente di spicco della narrativa italiana femminile, non quella allegra, ma quella pensosa e lagnosa. Tanto lagnosa che Francesca Comencini, altra parrella, su un suo romanzo ci ha fatto un film, lagnoso anche quello, quindi riuscitissimo. Adesso esce per Einaudi un'altra raccolta di racconti: Troppa importanza all'amore , e tutte le parrelle si sono sdilinquite, subito Io donna gli ha fatto un monumento, Io uomo purtroppo non esiste perché viviamo in un mondo di femministe, altrimenti una rubrica me la prenderei volentieri.

In ogni caso, come scrive la Parrella? Benissimo, ti addormenti perfino nei racconti, meglio delle benzodiazepine. Nella narrativa femminile è come la Nicola Lagioia, candidata allo Strega e citata nei ringraziamenti: «che questo libro giunga a Nicola Lagioia come una vongola di Pellestrina», si capisce che sono amiche. Ignoro come siano le vongole di Pellestrina ma devono essere come le parrelle, o sicuramente le due saranno andate chissà quante volte a mangiare le vongole insieme, perché questi, nei libri e nella vita, mangiano sempre, in genere in trattorie, bettole sul golfo, a volte direttamente in pescheria, ma ci torno tra poco. Per intenderci: Lagioia è una Parrella che scrive solo della Puglia (come la Mario Desiati) come la Parrella solo di Napoli. Come Antonella Cilento, altra specie di parrella.

«Quando scrivo i racconti sono sempre felice» dice la Parrella. «Credo che siano la misura giusta per i nostri giorni, il tempo tronco, caduco, veloce, rubato». I racconti in effetti sono tutti tronchi caduti: una donna si innamora di un cameriere, in un ristorante, a cena con la mamma. Fosse tutto qui, magari: per dircelo questa si lamenta per venti pagine, raccontandoci la sua vita frustrata e dell'ex marito, che «chissà dove stava, e io da sola mi ero tirata su la figlia e stampellavo mia madre». Così è tutto uno stampellamento, perfino nel ricordo del matrimonio: «Io non ero mai stata una donna brutta, sì, forse al mio matrimonio, che non ci fu manco il tempo di pensarci, con la bimba nella pancia e io che m'incamminavo per la circoscrizione municipale verso l'impiegato, tutta riottosa». Le parrelle hanno successo perché si svolge sempre quasi tutto a Napoli, al massimo a Ischia, e c'è quasi sempre un fritto di paranza, un ristorante del sud che puzza di pesce. Dove ti volti, voltando pagina, c'è una triglia, un calamaro, una cozza.

Un racconto addirittura è intitolato Rispetto per chi sa , e ti aspetti intenda rispetto per chi sa di astrofisica, di biologia, di fisica, di neurologia, invece è rispetto per chi sa riconoscere il pesce, un piagnisteo per arrivare a questa fondamentale agnizione di esistenzialismo ittico-gastronomico: «Masticai la carne, compatta, quasi elastica. Quello che rimase dopo fu per me l'essenza della seppia. Quel sapore se c'era, c'era sempre. Alla fine di una frittura, dopo una terrina in umido con i piselli, se la seppia era stata fresca in bocca mi tornava sempre quel sapore, quell'unico semplicissimo principio che ciascuna seppia portava in sé per essere seppia». L'unica cosa che ti viene da pensare è chissà che alito, e tanta voglia di McDonald's, anche perché la Parrella è impegnata politicamente, ci mancherebbe, si è pure candidata per Tsipras e si dichiara comunista, un po' come Roberto, la Saviana.

Se fosse nata a Cagliari, sarebbe come la Murgia, ma quelle sono le murge, della lobby dei sardi, non le parrelle (attenzione, da non confondere con la Flavio Soriga, il quale ha lanciato anche la sorella Paola Soriga: quelle sono le sorighe, che venivano ospitate in tv da Geppi Cucciari, altra vip della lobby delle sardine, della specie delle cucciare). Le murge ce l'hanno con i maschi e li ammazzerebbero tutti, le parrelle li sfiniscono lentamente, li asfissiano per noia, e usano i bambini come scudi umani. È una regola: se ci metti i bambini, nessuno può dirti niente. Per cui in un racconto una suora si dimette da suora per prendersi cura di un bambino trovatello. In un altro l'io narrante si chiama Bud, la moglie morta si chiama Jud, e il figlio Brandon zoppica. Non ho capito bene ma credo che il racconto del bambino zoppo sia ambientato in Inghilterra, l'onomastica non è partenopea, sebbene sembri Napoli lo stesso.

In ogni caso, si sa, vedi Napoli e poi muori. Infatti Giacomo Leopardi ci morì, di colera: avrà mangiato una parrella dell'Ottocento.