Che noia l'assolo di Ligabue Batte sempre sulle stesse note

Banalità, lo spirito pop dei tempi. A fine luglio Francesco De Gregori parla con Aldo Cazzullo del Corriere e dice la sua, e non è che dica chissà che, fa la sua parte di deluso della sinistra, ammette di aver votato per Monti alla Camera, tira due frecciatine ai No Tav e ai seguaci di Slow Food, cose che tra amici si dicono da sempre, e subito sembra che il Papa abbia ammesso di avere simpatie per le sette sataniche. La Rete si scatena, l'indignazione o l'esaltazione tracimano, da quattro frasi si traggono miliardi di parole di commento. Il fatto è che De Gregori è mille metri sopra il suolo, se lo confrontiamo con i suoi colleghi della generazione successiva. Parliamo di Luciano Ligabue e Lorenzo Jovanotti. Uno ha preso possesso delle classifiche librarie grazie alla conversazione con Giuseppe Antonelli intitolata La vita non è in rima (per quello che ne so), edita da Laterza; l'altro è stato ammesso su Raiuno con un live in differita (andato maluccio) ed è stato intervistato sui Grandi Temi da un suo omologo del giornalismo, Massimo Gramellini della Stampa. Il libro di Antonelli e Ligabue è una specie di analisi ragionata dei testi del cantautore emiliano, operazione rischiosissima perfino se si parla di un Leonard Cohen o di un Bob Dylan, figuriamoci se si scende anche leggermente di livello. Nel libro si è preferito lasciare la parola al solo Ligabue: Antonelli ha fatto le domande, e conoscendo il suo valore saranno state sicuramente domande intelligenti, ma poi, in fase di montaggio, si è deciso di tagliarle e di lasciare soltanto le risposte a ruota libera del Liga, sbobinando praticamente senza editing il suo caratteristico parlato. La lettura è piuttosto dolorosa: «Spesso mi chiedono quanto senta la responsabilità di quello che dico rispetto a chi mi segue. Ecco: posso reggere lo specchio, quello sì. Perché di certo non posso essere responsabile di ciò che ognuno in quello specchio ci vede»; «Ognuno di noi è il risultato di tutto quello che ha vissuto. Fra un'ora saremo già diversi - casomai anche impercettibilmente, ma lo saremo -: andranno aggiunte le esperienze che vivremo in quei sessanta minuti». Se abbiamo la pretesa di leggere anche soltanto una cosa che già non sappiamo da sempre, siamo sul libro sbagliato. Più o meno simile la sensazione che si traeva dalla lettura della conversazione Gramellini/Jovanotti: l'uno e l'altro facevano a gara nel tranquillizzare il lettore della Stampa: «Ah, se riuscissimo a cambiare le persone nei centri di potere! Il segnale sarebbe talmente forte... Gente nuova nella cultura, nella scuola, nella tv, nell'economia. Pensa: un Campo Dall'Orto alla presidenza Rai, un Baricco alla Cultura, solo per parlare dei settori che conosco. Questo cambio di facce avrebbe una valenza simbolica che contagerebbe il singolo cittadino, generando entusiasmo». Sembra impossibile, ma è seguito il dibattito. Banalità, dunque. Va bene, sempre meglio questa pappetta insipida delle molotov e dei passamontagna, ma ci sarà pur una via di mezzo. O no?