Chesterton, cattolico e fascista. Italiano perfetto

Raccolti i rari articoli usciti sulle riviste <em>La Ronda</em> e <em>Il Frontespizio</em>

Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) amò molto l’Italia, non solo perché la Penisola è storicamente culla del Cattolicesimo e di notevoli glorie letterarie. Visitò più volte il nostro Paese, la prima nel 1919 facendo tappa durante il suo viaggio in Terra Santa. Già convertito alla Chiesa di Roma da più di un lustro, venne ricevuto da Papa Pio XI e da Mussolini proprio nel 1929, l’anno fatidico del Concordato fa Stato e Chiesa.
Scontata la sua ammirazione per il Pontefice, non è troppo sorprendente quella per il Duce. Chesterton non era certo l’unico suddito della corona britannica a stimare alcune conquiste del fascismo (a quei tempi lo stesso Churchill non lesinava complimenti). Così, trovatosi di fronte per un’intervista l’uomo di Predappio (tra l’altro, suo lettore ed estimatore), non poté fare a meno di riconoscere che si trattava di un buon rappresentante di quella «nazione di gentiluomini» che è l’Italia.
Ovviamente l’interesse dello scrittore era anche di carattere politico: il Fascismo si poneva infatti come terza via fra comunismo e liberalismo, mentre lo scrittore aveva fondato il movimento «distributista» (ispirato alla dottrina sociale della Chiesa) che aveva all’incirca lo stesso obiettivo. I due si trovarono d’accordo anche nel criticare il Commonwealth britannico. Risolutamente avverso al prussianesimo, Chesterton non avrebbe certo visto di buon occhio l’asse Roma-Berlino, ma il suo decesso avvenuto nel 1936 gli risparmiò lo spettacolo di Adolf Hitler trionfante per le strade dell’Urbe e le tragedie conseguenti (compresa il feroce trattamento aereo degli anglo-americani sul nostro territorio).
Se vi fu una discreta simpatia reciproca fra lo scrittore e il regime fascista, il rapporto più solido si instaurò con una delle menti più brillanti dell’Italia di allora: Emilio Cecchi si innamorò dell’opera di Chesterton, la tradusse, la divulgò e fin dal 1919 invitò il collega d’oltre Manica a scrivere su La Ronda, rivista che dirigeva insieme a Bacchelli e Cardarelli. Dopo la conversione la firma di Chesterton apparve anche sul cattolicissimo Il Frontespizio di Papini, Bo e Bargellini. Alcuni di quegli interventi sono ora raccolti per la prima volta ne Il soprannaturale è naturale. Scritti per l’Italia (Marietti 1820, pagg. 110, euro 12; a cura di Marco Antonellini). L’appassionato chestertoniano può gustarsi i soliti saggi di bella scrittura, critica letteraria, umorismo e apologia del cristianesimo: si va da un confronto fra il genio antico di William Shakespeare e quello contemporaneo di G.B. Shaw (tutto a svantaggio del secondo), a riflessioni su «lo spirito del Tempo», idolo progressista che però «non è né spirituale né, per definizione, immortale», sull’eredità profetica di Aldous Huxley, e sull’assurdità di un museo dell’ateismo come quelli fondati dai sovietici.
Di particolare interesse il pezzo dedicato al legame fra letteratura inglese e tradizione latina e all’idea di un’Inghilterra pienamente europea in virtù delle comuni radici cristiane. Contro il razzismo nazista e ogni tipo di imperialismo, Chesterton critica l’impresa di Mussolini in Etiopa, ma non perdona l’ipocrisia della Società delle Nazioni né la rapacità coloniale della sua madre patria.