Cile, la fuga di ManuelL’ultimo dei bambini selvaggi

"Il bambino invisibile", un romanzo-verità di Marcello Foa su un ragazzo che scappa dalla "civiltà" e va a vivere nei boschi

«Avevo appena saputo che mio nonno aveva ucciso mia madre. Vivevo con l’assassino». A parlar così è Manuel, cinque anni. Voi che fareste nella sua situazione?

La domanda è legittima, perché la storia narrata da Marcello Foa con Manuel Antonio Bragonzi ne Il bambino invisibile (Piemme, pagg. 277, euro 16,50) è vera dall’inizio alla fine. E come tutte le storie vere - quando ben raccontate - pone al lettore interrogativi che qualcuno potrebbe definire “morali”, ma che in realtà riguardano solo la pura sopravvivenza del cuore. Dopo la terribile rivelazione - fattagli da un vicino di casa un po’ ubriacone, sebbene tutti in paese “sapessero” - che fu proprio il suo abuelito a uccidergli la madre, con un calcio, due anni prima, Manuel decide di fuggire. Da Sant’Elena, villaggio a 200 chilometri da Santiago del Cile, negli anni di Pinochet. Da una comunità sperduta e violenta, dove i campesinos appartengono a «coloro che non si accorgono, che non vedono, che, in fondo, non vivono».

Fugge, e dove va? Dai servizi sociali? In una grande città da cui, trascorsi un paio di lustri da menino de rua, riuscire a imbarcarsi per l’Occidente da clandestino, per poi raggiungere Milano, dove Manuel oggi vive con i suoi tre figli e dove un grande editore ha pubblicato la sua storia? È andata davvero i questo modo? Tutt’altro.

«Sentivo sempre di più il richiamo del bosco, della libertà. Io non ero un bambino come gli altri, io ero un figlio della natura. E nella natura dovevo stare per ritrovare la pace e il riconoscimento che i miei consimili - gli esseri umani - continuavano a negarmi». Proprio così. Manuel si rifugia into the wild per tre lunghi anni, scappa nei boschi intorno a Sant’Elena, con qualche incursione in paese per rubacchiare zucchero o sale. Uscirà da questa condizione animalesca - su un auto dei carabineros, allertati da un vecchio - con decine di protuberanze rosse sul corpo, «alcune piccole e purulente, altri grandi e squamose; mani e piedi tempestati di verruche, i capelli di pulci e pidocchi; l’intestino infestato dai vermi». Curato e assegnato all'orfanotrofio salesiano di Talca, viene adottato nel 1985 dai coniugi Romolo e Milvia. È un bambino vorace di cultura. A Milano frequenta medie e liceo artistico e si laurea in scenografia all’Accademia di Brera. «Antonio oggi non sa - leggiamo a chiusura del libro - se el abuelito era davvero suo nonno, né per quale ragione abbia ucciso sua madre. Non è più tornato a Sant’Elena e forse mai ci tornerà. Appartiene al suo passato, mentre Antonio vive il presente e pensa al futuro. Accettare e lasciar fluire, questo è il segreto».

Ma c’è dell’altro. Per chi frequenta la letteratura sudamericana Il bambino invisibile è fecondissimo di suggestioni: Sant’Elena, nel suo sfacelo sociale, richiama alla mente Quando ormai nulla più importa di Juan Carlos Onetti; la passione per la vita nella foresta ricorda subito l’uruguaiano Horacio Quiroga, scrittore suicida e selvaticissimo. Le descrizioni di una natura panica, stupefacente e vivida, e persino benigna nonostante tutto, be’, quelle, come diceva Tolstoj, appartengono a tutti i bambini.