Colombe rosse e nere La battaglia dietro le linee delle donne «impegnate»

Della guerra civile spagnola in Italia poco si parla e poco si conosce, nonostante la mole di volumi usciti sull’argomento. Se soltanto però si getta uno sguardo alle opere pubblicate, la prima impressione è di sgomento di fronte alla «vastità del male», all’abisso di orrore in cui il paese precipitò, travolto da un conflitto durissimo. Basti ricordare che lo scontro fece un milione di morti.
Nessuno fu risparmiato dall’inferno, ma gli studi e le ricostruzioni sono sempre storie di uomini, con l’unica eccezione forse di Dolores Ibárruri, la leggendaria Pasionaria comunista. Paul Preston, storico inglese, ha invece indagato sulla partecipazione diretta delle donne al conflitto in veste di protagoniste, ricostruendo con grande precisione documentaria quattro vicende femminili, importanti quanto poco note (Colombe di guerra. Storie di donne nella guerra civile spagnola, Mondadori, pagg. 352, euro 20). Due sono gli elementi che colpiscono nell’opera di Preston, direttore del Centro di studi spagnoli contemporanei alla London School of Economics. Il primo è che le protagoniste sono due spagnole e due inglesi, il che conferma come la guerra di Spagna fu, anche per le donne, una «passione» politica che travalicò i confini iberici. Il secondo elemento è che queste donne parteciparono alla guerra civil e si prodigarono con grande dedizione e sacrificio personale per la parte in cui credevano (due infatti erano schierate con i repubblicani e due con i franchisti), ma si impegnarono soltanto - e fino all’estremo - sul fronte del soccorso medico e della solidarietà sociale. E questo, al di fuori di ogni retorica pacifista e femminista, non può che far loro onore, soprattutto se consideriamo il tremendo sfondo su cui si proiettano le loro vicende.
Le due inglesi non avrebbero potuto essere più diverse l’una dall’altra. Priscilla Scott-Ellis, detta «Pip» era una classica english rose, bionda e un po’ sovrappeso, appartenente a una famiglia dell’alta aristocrazia britannica vicina alla famiglia reale spagnola. Fu proprio quest’amicizia a trascinare «Pip» in un’avventura di cui la ventenne non era assolutamente consapevole al momento in cui aveva lasciato Londra a bordo di una limousine stracarica di bagagli. In realtà lei andava in Spagna nella speranza di conquistare l’uomo di cui era innamorata, il principe Ataulfo d’Orléans-Borbone, aviatore nella legione tedesca Condor. Non lo conquistò (al principe lei non piaceva, anzi non gli piacevano proprio le donne) ma si trovò invece a combattere la sua personale battaglia curando i feriti nelle retrovie franchiste. In mezzo a mille difficoltà, costretta a intervenire in situazioni raccapriccianti, l’aristocratica infermiera non venne mai meno al suo impegno, duramente pagato in termini di salute. Il suo diario The chances of death (Russell, 1995) al quale Preston attinge abbondantemente, è un’incredibile mistura di senso del sacrificio e di fatuità salottiera, dove la descrizione delle disumane fatiche negli ospedali da campo si accompagna al chatting intorno ai principi, agli abiti e al five o’clock tea.
Nan Green, l’altra inglese, era più graziosa e più magra di Priscilla. Di famiglia povera, aveva sposato un musicista, George Green, spesso disoccupato e incline alle evasioni sentimentali. Ma lei lo amava e condivideva appassionatamente le sue convinzioni comuniste. Nel gennaio del 1937 George Green partì per la Spagna per unirsi come volontario alle Brigate internazionali. Sette mesi appresso Nan lo seguì, dopo aver messo i due figli ancora piccoli in collegio e portando con sé due valigie zeppe di medicinali. Una scelta certamente criticabile, ma perfettamente rispondente alle sue convinzioni: «I nostri bambini non sono più importanti degli altri bambini - scrisse - e noi stiamo cercando di fermare la guerra». Anche Nan si prodigò fino all’inverosimile per alleviare infinite sofferenze in ospedali ricavati dentro caverne, e non abbandonò la missione neppure dopo la morte di George.
Mercedes Sanz-Bachiller, invece, perse il figlio che stava aspettando alla notizia che il marito, il comandante falangista Onésimo Redondo, era stato ucciso vicino a Madrid. Una tragedia che trasformò la giovane vedova in un’attivissima «imprenditrice» dell’assistenza sociale rivolta alle donne e ai bambini travolti dalla guerra, senza distinzione di parte. Continuò l’attività anche sotto Franco, mantenendo la sua organizzazione Auxilio Social rivolta a tutti, nonostante l’ostilità di Pilar, la potente sorella del martire falangista Antonio Primo de Rivera.
Infine, Margarita Nelken, spagnola, progressista, scrittrice ed ebrea. Quanto bastava per attirarle l’antipatia della destra cattolica più conservatrice. Romanziera, femminista, una delle nove donne deputato nel parlamento repubblicano, Margarita si compiaceva di esibire la libertà dei propri costumi, senza nascondersi nemmeno quando aspettò un figlio da un uomo sposato, lo scultore Josè Antonio, colpa imperdonabile in Spagna a quel tempo. Anche Margarita, che aveva aderito al Partito comunista spagnolo, dovette lottare contro l’ostilità e la gelosia della compagna Ibárruri. La salita al potere di Franco l’esiliò in Messico, mentre il figlio Santiago morì nel ’44 combattendo nell’Armata rossa.