Com’è profondo (e mostruoso) il mare

«Abissi» di Claire Nouvian è un libro-documentario che illustra le grottesche e spaventose creature che popolano l’immenso regno senza luce Più sconvolgenti, proprio perché reali, dei vari Pegaso, Centauro e Ippogrifo...

Come sprofondarsi in un libro senza leggere una parola. O inabissarsi tra le onde senza sfiorare una goccia d’acqua. Che addentrandosi negli Abissi di Claire Nouvian (su invito della casa editrice L’Ippocampo - nomen omen - che li schiude in 256 pagine illustrate al prezzo di 29,90 euro) accadano prodigi è evidente sin dalla prima occhiata. O bracciata. E non si procede a braccia né si misura a spanne la meraviglia del regno subacqueo, visto che l’autrice giovanissima - neanche trentenne - dello straordinario librone documentario ha provvisto le due alette della copertina di un metro graduato per calcolare con esattezza, via via che si sfoglia, la posizione delle creature osservate sui fondali. Da zero a ottomila metri. Dalla spiaggia al punto di appoggio della «colonna d’acqua» cosiddetta, dove il cuore gelato degli oceani incontra il cuore bollente della terra.
Già a pochi metri (si fa per dire) dalla riva, dai 300 metri sotto il livello del mare e poi giù fino ai 1.500 dove i raggi dell’astro del giorno si smorzano nel buio della notte sommersa, si accende il contorno di un calamaro trasparente che, alato come l’uccello cacatoa (da cui prende il nome), sfugge a occhi indiscreti o a grinfie rapaci nascondendo perfino i suoi grandi occhioni languidi nel bagliore bioluminescente che irraggia, se preso di mira, per difesa. Non è sfuggito però al mirino - l’obiettivo - di un robot salito a bordo di un sommergibile telecomandato e sceso fino a lui per fotografarne l’evanescente flessuosità.
Il timido calamaretto fantasma è appena tra i più superficiali custodi invisibili di un cosmo davvero mai visto. E se del baratro spalancato sotto di lui - l’universo pelagico che, esteso sul 90 per cento della biosfera terrestre, costituisce il più grande habitat del pianeta - a tutt’oggi non si è cartografato che il 5 per cento, se le ultime dal mondo della scienza - le 19 spedizioni compiute quest’anno per redigere il «Censimento della vita marina 2006» - danno notizia di una densità abitativa quasi incommensurabile (20.000 specie per litro d’acqua!) e di una varietà quasi ineffabile di bestie sconosciute, date per estinte o credute parto di mitologiche fantasie, le 200 foto inedite messe in fila dalla documentarista francese in collaborazione con gli oceanografi forniscono - righello in copertina - una ragionevole proporzione dell’ignoto.
Ragionevole e incantevole. Quando non terrificante. Perché chi si lascia incantare dall’Angelo di mare, è bene sappia che quel cherubino splendente come un Lucifero non per nulla è precipitato a 1.500 metri di profondità: le ali aperte, l’aureola radiosa, le zampette allacciate nel raccoglimento delle mani giunte, è tanto devotamente concentrato solo per slanciarsi sulla preda che stringerà nell’abbraccio non fraterno della sua lingua coperta di spine. La Farfalla marina che deve la sua soave leggerezza a digiuni ascetici prolungati fino a un anno intero, perde tutta la sua leggiadria quando finalmente - affamatissima - si siede a tavola: allora, dimentica di disciplina e savoir-faire, ingoia interi i malcapitati molluschi che estrae dal guscio con le sue uncinate estremità. E l’esplosione di gioia che si scatena all’incontro col pirotecnico Sifonoforo - una medusa che prima di cena fa sempre i fuochi d’artificio - ha un effetto ipnotizzante sulla vittima che, partita a razzo, avvolge nelle spire dei suoi tentacoli caustici.
Poi uno dice: bellissimo, ma che resti seppellito ventimila leghe sotto i mari. Laggiù, in effetti, ci sono i mostri veri. Anche quelli che non usano la cortesia di nascondersi dietro l’ala degli angeli, delle farfalle o nella girandola di un incendiario tutù. Si presenta senza maschera e senza trucco il Pesce Drago che, senza slogarle, spalanca le sue fauci in uno sbadiglio a 360º per inghiottire in un sol boccone sostanziose pietanze extralarge. Appare nudo nella sua veste il Vampiro infernale che ha anche un suo fascino sinistro, un aristocratico charme di conte (Dracula) quando assume la «posizione dell’ananas» e si abbottona nelle falde del suo mantello dentato. E il Diavolo di mare, irsuto, spinoso, irto di aculei, forconi e pungiglioni, dimora sul fondo dell’inferno a meno 3.000 metri: al limite della penetrazione della luce dove regnano le tenebre, il male e le creature degli incubi.
Anche dei sogni però. E di poetiche chimere inseguite dalla notte dei tempi e raggiunte nell’oscurità dei mari. Perché non c’è Pegaso, Centauro o Ippogrifo buono a reggere la sfida del piccolo squalo elefante che, dotato di incisivi da roditore, proboscide da pachiderma e zanne da scavatore, batte con l’estro delle sue (o dei suoi) arti, qualsiasi cavallo alato, barbuto o rostrato. La sua arma vincente è l’esistenza: reale e capace di riprodursi quando si schiude l’unico uovo che cova più di un anno. Eh sì, anche i tempi si prolungano allo sproposito negli spazi immensi dove si aggira il leggendario Calamaro gigante che, lungo 18 metri, non è mai stato tutto intero in un’inquadratura, ma sta a pezzi nella pancia dei capodogli da cui si è estratta e ricostruita la sua immagine. E non è che proprio si sfiori l’eterno là dove bazzicano i fossili viventi, la squalessa lucertola porta in grembo i suoi piccoli per tre anni e mezzo e certi coralli campano 250 anni.
Ma un esserino come la longeva Limaccia a pinne affilate - un girino preistorico, embrione primordiale che da quel dì tiene sospesa l’età precedente l’infanzia nel limbo fluttuante fra le correnti - induce a credere che l’acqua conservi in perpetuo e alla lettera la fonte, l’inesauribile sorgente della vita.