La commedia (dis)umana di Calligarich

I romanzi epistolari, si sa, sono pura istigazione al prospettivismo: una signora di mezza età scrive all'amica di quanto si senta bene dopo che un ragazzo dai capelli arruffati, una notte, gli è entrato nel letto. Il ragazzo in questione si affretta a comunicare alla giovane e furente fidanzata che si è trattato di un banale scambio di porte, e che al buio, quando si è accorto dell'equivoco, era troppo tardi per fare dietrofront. La ragazza, infine, prenderà carta e penna per rinfacciare al fidanzato di non avere mai tolto gli occhi di dosso dalla suddetta signora, un'ex-attrice piacente. Altro che scambio di porte!

Nei racconti di Posta prioritaria , usciti qualche anno fa da Garzanti e ora ripubblicati, in un volume accresciuto, da Bompiani (pagg. 344, euro 16), Gianfranco Calligarich si diverte a capovolgere più di uno stereotipo: la nobildonna, nel vendere il suo pied à terre argentino, mercanteggia come il più levantino dei venditori di tappeti; la madre di un aspirante attore, da canto suo, spinge il figlio nelle braccia del regista omosessuale («sei entrato in una compagnia diretta dal tipo più difficile ed esigente dei gay: il gay severo»). Gente fatua e sentimentale che spettegola e complotta in località preferibilmente chic, Sperlonga e Porto Ercole. Le loro cadute nel ridicolo sono umoristiche perché tutti - vecchie zie di Tennessee Williams, giovani spiantati come nel teatro di Osborne, avvocati di provincia che sembrano usciti da una commedia con Calindri - precipitano da un mondano, velleitario piedistallo. Regnano il tragicomico, l'ipocrisia, la mistificazione. «Dio, quanti ricordi! Se vuole, glieli racconterò. Quelli raccontabili, naturalmente...» mormora allusiva la contessa Doria per darsi un tono. «In effetti se rubo cani è per potermi mantenere gli studi», sospira il rapitore di alani, ridotto a mal partito dal padrone al quale in teoria dovrebbe chiedere un riscatto, e che invece lo inonda di indicazioni sulla dieta dell'animale: quattro gocce di Angostura nel pastone, e il gioco è fatto.

Dietro la commedia degli equivoci, fa capolino un sentimento della vita intenso e malinconico: ricordi di coppie coniugali o adulterine, ancora innamorate, inteneriscono la pagina; sfioriscono, non colte, le rose di ragazze venute a Roma per fare carriera nel cinema, gli occhi pieni di retorici tramonti autunnali, costrette in ultimo a scendere a patti con il loro fallimento. Perché la vita è così, il miraggio del successo sfuma e «spesso tocca accontentarsi delle ottobrate».