il commento 2 Assuefatti al Bello, non amiamo i musei

di Vittorio Sgarbi

Non ci credono. Non conoscono il valore delle cose. Ciò che hanno non è ciò che hanno voluto. Perché il Louvre, perché i musei americani funzionano? Perché non sono depositi, luoghi della memoria, ma frutti di rapina. Napoleone ma anche i collezionisti americani, con l'associazione a delinquere di Berenson e Duveen, hanno acquistato opere trafugate dall'Italia. Ultimo esempio è il Museo Getty a Malibu. Se è vero che la Dea di Morgantina era vista da 500mila persone all'anno a Malibu e, oggi, tornata a casa, da poche migliaia nel Museo di Aidone in Sicilia. Gian Antonio Stella ce lo racconta impietosamente, ma non ci dà la soluzione. Semplicemente perché non c'è. In Italia, o i musei sono raccolte di capolavori assoluti come gli Uffizi o i Vaticani (pur extra-territoriali), oppure sono stratificazioni di grandi civiltà locali, con opere territoriali. Sono reliquie, residui di potenze scomparse. In Francia Napoleone c'è ancora. Di Pompidou ci resta il Centre Pompidou. Ma dov'è in Italia un Centre Andreottì? Un Centre Craxì? E sarebbe possibile immaginare che il MAXXI si chiamasse Centre Berlusconì? Questione di uomini? In parte. La questione è soprattutto di percezione passiva del patrimonio artistico. Non l'abbiamo cercato, voluto; ce lo siamo trovato. Ecco perché la storia civica post-resistenziale della nostra Repubblica poggia su altri valori di cui la civiltà artistica è passato che non ci appartiene. La Repubblica Italiana non è fondata, come dovrebbe essere, sulla bellezza, che ne è la prima incontrastabile caratteristica; ma sul lavoro. Faticherei a obiettare, perché il lavoro è la condizione prima della libertà. Chi non lavora, non è indipendente, quindi non è libero. Ma la Repubblica italiana non coincide con i cittadini italiani: è la «cosa» pubblica italiana, e questa «cosa» ha un valore che gli Italiani non sono interessati a capire perché è come l'aria che respirano, è il loro ambiente. Chi sia nato a Cortona, Orvieto, Saluzzo, Ferrara, è geneticamente diverso da chi è nato a Boston o Los Angeles. Ma chi è nato a Boston e Los Angeles ha nostalgia dell'Europa che non ha conosciuto, ma di cui ha una memoria ancestrale. E tutto ciò che la richiama ha un valore pieno, compiutamente percepito. L'Italia è senza fine, come la sua bellezza, e gli italiani ne sono assuefatti. È naturale che i politici abbiano un orgoglio solamente formale del patrimonio artistico. Verdi e Raffaello, Monteverdi e Signorelli, sono solo nomi, senza rimandare a nulla di reale. Ed è già molto, se pensiamo che per il 98% degli italiani, Carpaccio è il nome di una carne cruda, e Tiziano, per esperienza diretta è Tiziano Ferro. Difficile che, con tale condizione antropologica, si possa porre al centro della nostra economia (e cioè del lavoro) l'arte, con annessi (e polverosi) musei, coerentemente frequentati soprattutto da stranieri. Stranieri alla nostra arte, e quindi consapevoli.