Chi enfatizza le diversità umilia l'uomo

Partecipando a una trasmissione tv sul tema del suicidio del giovane discriminato perché gay, ho avuto un garbato scambio di battute con il presidente onorario dell'Arcigay, Franco Grillini

Partecipando a una trasmissione tv sul tema, dolorosissimo, del suicidio del giovane di Roma, discriminato da tutti perché gay, ho avuto un garbato scambio di battute con il Presidente onorario dell'Arcigay, Franco Grillini. Commentando la mia sconsolata constatazione che la nostra società, e la cultura che ci avviluppa tutti, ha smarrito il senso della persona umana, Grillini ha voluto precisare che l'uomo non esiste in astratto, e che la discriminazione e il pregiudizio scattano sempre - come nel caso dell'omofobia o del razzismo - su un preciso, concreto particolare capace di definire un'identità.

Ho sentito tante volte ripetere questo argomento, e vorrei qui spiegare perché, nonostante la sua apparente chiarezza, non mi ha mai persuaso. È vero che noi conosciamo le cose a partire dai particolari. Un bambino, prima di avere il concetto di «palla», vede qualcosa di rotondo, che rimbalza, e così via, e solo in un secondo momento capisce che quella cosa sferica ed elastica è, appunto, una palla. Una volta stabilito, però, che si tratta di una palla, gli aggettivi che la caratterizzano non potranno essere più considerati a sé: saranno sempre gli aggettivi «di» qualcosa, una palla appunto. Ora, quello che io dico (e con me molti altri), e che Grillini non sembra intendere, è che si sta smarrendo il senso di quel «qualcosa» che, nel nostro caso, è l'uomo, e che Grillini considera ormai un'astrazione mentre qui sta il problema: che tutto è, fuorché un'astrazione.

La presunta «concretezza» del discorso di Grillini conduce alle discriminazioni che, poi, lo stesso Grillini vorrebbe combattere. L'uomo non è innanzitutto «gay», o «cattolico», o «biondo», o «caraibico» o (perché no?) «ariano». Una volta stabilito che un uomo non è altro che un foglio di carta bianco definito solo dalle parole che la vita scriverà su di esso, puoi fare tutte le leggi che vuoi: siamo al capolinea. Qualunque arbitrio, a poco a poco, apparirà giustificabile. Il problema non sono le giuste differenze culturali, ma il modo in cui le affermiamo. Se le affermiamo per rinchiuderci in esse, dimostriamo di non comprenderle: c'è soltanto la paura di ciò che è diverso da noi. Cosa vince la paura? Non la legge o qualche provvedimento, ma l'esperienza adulta della propria dignità, del proprio valore inalienabile: grazie a questa esperienza Eschilo poté scrivere la sua pietà per il nemico, e San Paolo dire le parole che stiamo dimenticando, anche se sono alla radice della nostra civiltà: «Non c'è più giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna».