il commento 2 Il Ministero (di serie B) delle «pene» culturali

di Filippo Cavazzoni

L'articolo di ieri di Luca Nannipieri sposta i termini del dibattito: non chiediamoci cosa andrebbe fatto per il settore culturale, ma perché non si fa nulla. Sono state formulate parecchie proposte, pubblicati libri, articoli, appelli. Ma perché tutte queste idee non si tramutano in riforme e nuove norme? Si sostiene da tempo che la cultura possa diventare il motore della crescita di un Paese post-industriale, come l'Italia; che possa rappresentare la leva per ottenere sviluppo economico e sociale. Se la situazione è però quella che abbiamo sotto gli occhi, evidentemente c'è un problema: o chi dice che con la cultura si mangia sta mentendo, oppure ci sono gravi deficienze nella cornice normativa e istituzionale che governa il settore. Per quanto ci riguarda, pensiamo che l'invadenza dello Stato e del pubblico sia parte del problema. Il nostro patrimonio culturale è in stato di emergenza costante; invece di produrre stabilità, lo Stato è generatore di instabilità e incertezze. L'utilizzo di un decreto-legge per istituire il ministero per i Beni culturali simboleggia bene tale condizione. Dal 1974, anno di nascita, il ministero ha subito varie trasformazioni, che ne hanno modificato la struttura. Regolamenti e linee guida si susseguono creando complessità invece che chiarezza. I commissariamenti sono stati, in anni recenti, assai numerosi: il più famoso dei quali ha riguardato l'area archeologica di Pompei, che dovrebbe essere il fiore all'occhiello del nostro patrimonio e che invece fa parlare di sé solo per i crolli, i commissari straordinari e le chiusure «sindacali». Incertezze, assenza di progettualità e inefficienze: tutto ciò connota il settore culturale italiano. Oggi il ministero per i Beni culturali è percepito come un ministero di serie B: la sua guida comporta più oneri che onori, poche risorse da amministrare e tante grane da gestire. Inoltre si tratta di un settore fortemente sindacalizzato e ideologizzato, dove ogni tentativo di riforma volto a innovare e a togliere ingessature trova sbarramenti ostinati. L'apparato pubblico è conservatore per definizione, mentre il mondo della cultura ha una marcata capacità lobbistica: gode di ottima stampa e di grande sostegno nell'opinione pubblica. Da una parte i nostri intellettuali avanzano proposte incentrate su una maggior spesa pubblica, dall'altra ritengono che il proprio ruolo e il proprio settore non debbano essere remunerati in base ai servizi offerti. La cultura come bene comune è diventato il nuovo slogan attraverso il quale alcuni cercano di perpetuare un'antica tradizione: vivere sulle spalle di tutti gli altri.