il commento 2 Ma non fate come noi a Bergamo

diSono bergamasco e stavolta me ne vergogno un po'. Troppo penosa, questa storia. La mia città è fra le primissime ad aver cullato il sogno di diventare capitale della cultura. Per una volta, sembravano tutti d'accordo sulla nobile sfida: maggioranza e opposizione della politica, banche e imprese, commercianti e sindacati, giornali e salotti. Al grido «facciamo finalmente un salto nel magico mondo delle idee e dello spirito», noi che storicamente siamo gente di calli sulle mani, di cantieri edili e di capannoni allo stato brado, proprio noi abbiamo stanziato subito 200mila euro per avviare la complessa macchina della candidatura. A seguire, reclutato il project manager Riccardo Bertollini, specialista del ramo, per preparare il curriculum. Lui ha lavorato diversi mesi, confezionando un dossier che per molti versi ha sorpreso persino noi stessi, ignari di tante virtù locali, o quanto meno distratti e annoiati al punto tale da non notarle più. Devo dire che qualunque imbonitore non farebbe una gran fatica a vendere il prodotto Bergamo. Lo dico senza stupido orgoglio. Questa mia strana città può offrire al mondo intero il più bel borgo fortificato, chiuso dentro le inimitabili Mura venete, che esista sulla faccia del pianeta. Può darsi io risenta un poco di amore filiale, ma sfido chiunque ad indicarmene uno che lo superi in fascino e suggestione. E comunque riconosco tranquillamente che fuori dalle Mura avite noi moderni abbiamo lavorato molto per compensare cotanta bellezza, edificando un hinterland decisamente caotico, svaccato, volgare, perfettamente uguale in squallore a tutti gli squallidi hinterland globalizzati. Città Alta, però, resta un biglietto da visita inimitabile. Ad affiancare questa magica credenziale, l'università, l'aeroporto, un sistema di piccole e medie imprese che ha fatto la storia dell'economia italiana. Più i nomi illustri, che contano sempre qualcosa in sede di promozione: Donizetti, Manzù, il Colleoni, il Caravaggio, Papa Giovanni... Sì, sembrava davvero tutto a posto, questa volta. Ma proprio al momento di quagliare, ecco i colpi d'ala delle nostre piccinerie: uno strano giorno si viene a sapere che la macchina è già grippata prima ancora di correre. Incomprensioni politiche, strani raffreddamenti, misteriose gelosie, vai a sapere che altro. Risultato: il project manager viene silurato dall'assessore alla Cultura. Giorni fa l'opposizione chiede un consiglio comunale straordinario, alla fine se ne esce con la roboante decisione di rilanciare. Cioè: adesso che la corsa è quasi finita, noi ripartiamo da zero. A occhio e croce, la mia città ha le stesse possibilità dell'Atalanta di vincere lo scudetto. Ma nessuno ovviamente sa dire la ragione esatta del disastro. È la classica situazione in cui tutti hanno ragione e nessuno ha torto. O tutti hanno torto e nessuno ha ragione. Se però devo dare una spiegazione mia, credo che ancora una volta sia prevalsa la nostra visuale miope, corta, ristretta, palancaia, molto più adatta alla concretezza del fare che all'ambizione del pensare. Forse è un'ipotesi malevola, ma sarei pronto a scommettere che se avessimo dovuto mobilitarci per un nuovo mega-super-ipermercato avremmo già trovato tutti gli accordi e avremmo già stravinto la gara. Invece è solo cultura. Possiamo perdere, che sarà mai. Non è la morte di nessuno. Male che vada, è un'occasione persa. Un'altra.